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Sono trascorsi più di ottant’anni dalla fine del secondo conflitto mondiale, e forse mai come ora l’Europa si era trovata così in ginocchio. Il tentativo di costruire una comunità europea, intesa non soltanto in senso economico, sembra ormai miseramente, e irreversibilmente, fallito, tradendo i principi ispiratori del Manifesto di Ventotene. La guerra tra Russia e Ucraina, di cui talvolta si annuncia la fine imminente ma che dura da quasi cinque anni, porta con sé la spirale di una crisi economica e sociale oramai difficile da nascondere sotto al tappeto dei grandi uffici dislocati tra Strasburgo e Bruxelles. Parigi brucia, e con lei altre città, sfregiate dalla rabbia di chi deve fare i conti con il proprio vivere quotidiano: ma i conti non tornano, anche perché poco aiutati da una rivoluzione tecnologica che sino a poco tempo fa prometteva un radioso futuro ai più, mentre tra i suoi primi effetti viene individuato il rischio concreto di un ulteriore aumento generale del tasso di disoccupazione, causato dall’avanzare di sistemi sempre più artificiali, sempre più pronti a sostituire in molteplici settori la presenza umana. Intanto il riarmo continua a essere il centro dell’agenda politica continentale, con un piano di investimenti previsto intorno agli 800 miliardi di euro.
Un’analisi compiuta di tale scenario viene proposta dal volume Se l’Europa va alla guerra. Politica, economia e strategia della corsa al riarmo, pubblicato nella collana Scenari della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli (pp. 241, euro 21), curato da Mario Pianta, con gli interventi di Gianni Alioti, Anna Balestra, Raul Caruso, Futura D’Aprile, Dario Guarascio, Martin Köhler, Paolo Maranzano, Sara Mombelli, Daniela Musina, Marco Stamegna, Francesco Strazzari, oltre lo stesso curatore, docente di Politica economica presso la Scuola Normale Superiore di Firenze.
Negli otto capitoli del libro, supportati da una corposa quanto fondamentale bibliografia, si affronta il tema del riarmo europeo legato alla crescente militarizzazione, insieme alle questioni della sicurezza e della difesa (Strazzari); da qui l’aumento progressivo delle spese militari, calcolate nell’arco temporale compreso nel decennio 2014-2024, le cui conseguenze determinano in particolare un drastico freno alla crescita economica, mentre in termini di offerta sono le tecnologie digitali a essere sollecitate (ormai classico l’esempio del ruolo strategico assunto dall’utilizzo dei droni), spesso attraverso il passaggio da un primo utilizzo civile a quello strettamente militare.
Lo studio del rapporto tra il complesso militare-digitale e l’Europa (Guarascio) fa da preambolo alle riflessioni conclusive che coinvolgono gli attuali programmi militari europei in ambiti quali la ricerca, i nuovi armamenti e le connesse tecnologie, prima di riflettere sulla apparente banalità, che purtroppo pare non esser tale, di una ricerca di regole comuni, rispettate, rispettabili e il più possibile condivise, quali alternative a questa affannosa corsa al riarmo che, se non ricorda l’epoca della Guerra Fredda, è soltanto perché non ci sono più due soli blocchi a comandare il mondo; ma la sostanza al tirar delle somme, poco cambia.
Alla fine della sua prefazione al testo James K. Galbraith, già presidente degli “Economists for Peace and Security”, dalla cattedra di Scienze Politiche dell’Università del Texas scrive così:
“Nella migliore delle ipotesi, il riarmo europeo porterà a grandi sprechi e a una più grave stagnazione economica in Europa, oltre che a forti debiti e una maggior dipendenza tecnologica dagli Stati Uniti. Nella peggiore delle ipotesi, finirà in una catastrofe indicibile. Qualsiasi altra convinzione, per quanto sostenuta con forza, per quanto rivestita di retorica moralista e presentata come difesa di valori fondamentali, è, in effetti, illusoria”.
La padella o la brace sembrano attenderci. I margini per cambiare rotta, seppur ogni giorno più labili, ci sono ancora.























