Tutto è bene quel che finisce bene. Più o meno. Si conclude un’edizione del Premio Strega, la numero ottanta, certamente tra le più sofferte di un riconoscimento che, come ricordato dal direttore della Fondazione Bellonci Stefano Petrocchi, attraverso il suo albo costituisce una parte importante della storia della letteratura italiana, oltre a veicolare libri come nessun altro ha la potenza di fare in Italia, garantendo un ritorno economico piuttosto importante per i vincitori, e anche per qualche vinto. E in effetti questo continua a essere il succo dello Strega, superato in longevità soltanto dal Premio Bagutta, che proprio quest’anno tocca quota cento.

“Quasi una vita” è stato il titolo scelto per la serata conclusiva (ricordando i quaderni di Corrado Alvaro del 1951), nell’occasione trasferita dalla storica sede del Ninfeo di Villa Giulia alla piazza del Campidoglio illuminata a festa, che vedeva in prima fila il ministro della Cultura Alessandro Giuli, sorridente e silente dopo le incomprensioni (a essere buoni) delle ultime due edizioni. Molto loquace invece il sindaco di Roma Roberto Gualtieri, pronto nel ricordare i lavori da poco conclusi nella stessa location grazie ai fondi del Pnrr, e gli schermi all’aperto predisposti per la diretta televisiva tra la Casa del Cinema, l’Arena di Corviale, il Parco degli Acquedotti e il Macro che nemmeno la finale dei Mondiali, a testimonianza della diffusione mainstream raggiunta dalla fase conclusiva del Premio Strega negli ultimi anni.

Una diretta televisiva la cui scaletta ha previsto in apertura l’intervista a Teresa Ciabatti, giunta al quinto posto (75 voti) con Donnaregina (Mondadori), quasi a volersi togliere subito l’impaccio rappresentato dalla polemica intorno a Michela Murgia, presente nelle pagine della Ciabatti, ed evocata dalla scrittrice in concorso come una “ragazza di traverso”, citando l’ultimo libro di Valeria Parrella, La ragazzina, nel nome della vera bellezza. Si attendeva quindi la risposta di Michele Mari, convocato sul palco subito dopo Ciabatti; ma le sue parole, aiutate dalle domande evasive dei due conduttori, non sfiorano nemmeno il caso-Murgia, seguendo un copione evidentemente predisposto.

Così il pronostico della vigilia alla fine viene rispettato, e I convitati di pietra è il romanzo vincitore con 190 voti: per alcuni un annunciato premio alla carriera, come già accaduto nello storico dello Strega, probabilmente ottenuto da Mari non con il suo libro migliore (basti tornare a Leggenda privata o Tutto il ferro della Torre Eiffel, per citarne solo un paio) dopo oltre trent’anni di meticoloso lavoro tra narrativa, saggistica e poesia, tra i più rilevanti nel panorama letterario italiano.

Al secondo posto Matteo Nucci (già in cinquina nel 2017 con È giusto obbedire alla notte) con il suo Platone. Una storia d’amore (152 voti). Risultato di tutto rispetto, anche alla luce del fatto che il suo editore (Feltrinelli) aveva già vinto la scorsa edizione con L’anniversario di Andrea Bajani, e nei taciti accordi tra gruppi editoriali non avrebbe potuto replicare l’anno successivo. Durante il suo intervento, Nucci ha richiamato il valore della cultura occidentale attraverso le origini rappresentate dalla biografia e l’opera del grande filosofo greco, ma anche i mille giorni di “genocidio del popolo palestinese”. Applausi un po’ timidi e imbarazzati dalla platea.

La sonnambula di Bianca Pitzorno (Giunti) si è piazzata in terza posizione con 84 voti, mentre la sesta e ultima, confermando il posticino di consolazione riservato agli editori indipendenti dall’introduzione della “sestina”, è andata a Elena Rui con Vedove di Camus (64 voti), libro pubblicato da L’Orma Editore, tra le migliori in Italia per qualità e originalità della ricerca editoriale portata avanti in questi anni.

Una nota a parte merita Lo sbilico di Alcide Pierantozzi (ancora Einaudi), quarto con 78 voti, non soltanto per la particolarità dei suoi contenuti, legati al racconto delle malattie mentali o considerate tali, come ben spiegato dalle parole dell’autore, che proprio per questo ha ribadito quanto fosse importante la propria presenza in un simile scenario culturale. E alla domanda sul potenziale valore terapeutico della scrittura, la risposta di Pierantozzi è più lucida che mai: “La scrittura non può nulla contro la follia”.

Alla proclamazione del vincitore Michele Mari, la tradizionale bottiglia di Strega nella mano, l’imperativa convocazione di moglie e figli sul palco, ha insistito quasi orgogliosamente sulla sua atavica incapacità tecnica di sorridere, anche in circostanze che lo richiederebbero naturalmente, come questa. Dispiace per lui, perché un sorriso spontaneo e sentito, talvolta, può aiutare chiunque a vivere meglio.