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Possiamo immaginare una radicale riforma fiscale, in modo da tassare più e meglio la ricchezza immobiliare e finanziaria, distribuendo così il carico tributario, per tentare di ridurre anche la frequentatissima pratica dell’evasione, visto che metà dei contribuenti italiani risulta ancora nullatenente? Si può ricostruire un assetto sociale “più egalitario ed equilibrato”? Se lo chiede tra gli altri Piero Bevilacqua, autore della prefazione al volume dal titolo Ricchezza privata e miseria pubblica. Questione fiscale e diseguaglianza (Castelvecchi, pp.290, euro 25) , scritto da Gaetano Lamanna, studioso di economia e filosofia, già nella Cgil regionale Calabria, e in Cgil nazionale occupandosi di scuola e università, economia e fisco, ambiente e territorio. Lo abbiamo intervistato.
Partiamo dal tema di questo volume, che ruota attorno al passato, il presente e il futuro del nostro sistema fiscale.
La riforma organica del fisco, fino al 1974, funzionava solo per concordati e cedolari, tasse piatte, in base all’imponibile, agli immobili, alle fabbriche. Non esisteva una tassazione progressiva, arrivata per l’appunto a oltre un secolo dall’Unità d’Italia. La riforma del 1974, la cosiddetta Cosciani-Visentini, dai cognomi degli autori, come da Costituzione prevedeva un certo numero di aliquote progressive, 32, che già dopo dieci anni diventano nove, poi sette, cinque, quattro con il governo Draghi, sino alle tre aliquote Irpef attuali, progressive fino ai 50-100.000 euro, visto che poi vengono trasformate in “regressive”…
Regressive?
Beh sì, dato che chi dichiara più di centomila euro in Italia ha l’opportunità di scaricare tutta una serie di spese. La progressività fiscale è stata così erosa nel tempo, e con lei vengono erosi alcuni principi democratici fondamentali, oltre che costituzionali.
Come si potrebbe intervenire per tornare a un sistema fiscale più equo?
Bisognerebbe ripensare la progressività fiscale e la tassazione in modo del tutto nuovo. Ci sono ricchezze enormi che circolano sul nostro territorio, dalle concessioni al settore urbanistico, alle convenzioni tra pubblico e privato, le reti che circolano nel sottosuolo, nel suolo e sopra le nostre teste. Si tratta di un mondo che prima non c’era, e tutto viene tassato in maniera non proporzionale rispetto agli utili che producono. Sono un’immensa ricchezza regalata ai proprietari fondiari, alle imprese. Il tutto all’ombra dell’intervento pubblico.
Possiamo dare una definizione del meccanismo fiscale attuale, in virtù anche del quadro politico?
Prendo spunto dal titolo di uno dei primi capitoli del libro: siamo diventati la Repubblica dei bonus, ci hanno abituati a pensare così. Ci fanno credere di regalarci 5.000 euro per comperare una macchina nuova, ma quei soldi non vanno a migliorare anche il sistema sociale, e alla fine finiscono nelle tasche di chi gestisce l’industria delle auto. Lo Stato ormai eroga sussidi, non servizi.
A chi si rivolge questo volume? In alcuni suoi passaggi potrebbe sembrare anche un manifesto politico in vista delle prossime elezioni, non così lontane…
Nel libro non propongo un programma vero e proprio, ma degli spunti di riflessione che partono da una mia convinzione.
Quale?
Il fatto che da 50 anni a questa parte sia stata operata a sinistra una dissociazione tra cultura e politica, una politica intesa come sindacato, come partito. A un certo punto, dopo gli anni ’70, si è articolata una chiusura tra un prima e un dopo, tra un periodo di avanzamento sociale e un arretramento ormai acclarato, sotto gli occhi di tutti.
Come si è arrivati a questo punto?
Gli anni che seguono la seconda guerra mondiale sono stati definiti del miracolo e del boom economico, sino al compromesso keynesiano in cui il capitalismo offre il meglio di sé, e con il benessere la democrazia si espande. Ma sono stati anni in cui le conquiste sono avvenute grazie a movimenti di lotta anche aspri, da quello operaio a quello delle case popolari, o per gli aumenti salariali, i contratti di lavoro. Conquiste ottenute non per grazia ricevuta, ma per una lotta di classe nella società, costringendo il parlamento a legiferare su scala mobile, scuola pubblica, divorzio e aborto, servizio sanitario nazionale.
Poi cosa è successo?
In sintesi è accaduto che agli anni definiti “i trenta gloriosi”, dal 1945 al 1975, ne sono seguiti quaranta in cui inizia e si afferma quel tipo di liberismo rappresentato ai suoi albori dalla coppia Thatcher-Reagan. E nella sinistra, a un certo punto, abbiamo dato per scontato che le conquiste ottenute dai vari movimenti fossero assodate, che da lì in poi si trattava di gestire l’esistente: una visione della storia che non rende giustizia a quanto era stato costruito. Un grave errore, che stiamo ancora scontando.
Scontando in che modo?
Tutto quello a cui stiamo assistendo negli ultimi decenni è una risposta proprio a quel periodo di conquiste, a partire dal famoso rapporto sulla governabilità delle democrazie uscito nel 1975 per mano della cosiddetta “Commissione Trilaterale”, composta da circa trecento tra i più potenti capitalisti di Stati Uniti, Europa e Giappone, elaborato insieme a economisti di loro fiducia, dove veniva evidenziato proprio l’eccesso di partecipazione democratica, una lotta sociale che metteva in pericolo la stabilità del potere di quegli stessi capitalisti. Tutto parte da lì, tutto ancora continua.
Come si può reagire a questo ordine delle cose?
Mi viene in mente il prossimo referendum, che riguarda l’equilibrio dei poteri nelle democrazie. Con le dovute differenze, è come quando si parla di tagli al welfare, o della conseguente divaricazione tra modello economico e benessere sociale: in ogni caso sono testimonianze di un accentramento dei poteri, e di svuotamento delle funzioni parlamentari. Ormai il potere legislativo si limita a ratificare le decisioni del governo, spesso con leggi elettorali-capestro. Se ci si impossessa anche del potere giudiziario, le cose non potranno che peggiorare.
Quindi?
Quindi bisogna tornare a dare un senso alla democrazia, con un programma di idee che facciano in modo che l’attenzione dei lavoratori e delle classi subalterne torni vivo sentendosi parte di una risposta democratica. Perché l’astensione, il disinteresse, la disaffezione al voto, sono determinati da un situazione in cui si pensa “tanto non cambia niente”. Invece dobbiamo dimostrare che insieme si può cambiare. E tanto.























