La disoccupazione della Lombardia, pur registrando dei parziali miglioramenti nel recente periodo, rispetto al periodo di inizio crisi manifesta un tasso significativamente alto, passando dal 3,7% del 2008 al 6,4% del 2017, con una crescita di 66,7 punti percentuali. Non solo: sia il tasso di disoccupazione maschile e sia quello delle donne aumenta in modo considerevole. Si passa per gli uomini dal 2,9% del 2008 al 5,4% del 2017, mentre per le donne dal 4,8% del 2008 al 7,7% del 2017.

Condizioni del mercato del lavoro
Se si osserva il dato flusso, invece, è possibile registrare che il tasso di crescita di disoccupazione femminile è più contenuto di quello maschile: quello delle donne aumenta di 45,8 punti percentuali, quello degli uomini aumenta di 88,1 punti percentuali. Rimane la differenza di struttura di genere nel tasso di disoccupazione, ma il flusso indica un avvicinamento tra uomini e donne progressivo in ragione della “caduta” delle opportunità di lavoro per gli uomini più che per una crescita di opportunità di crescita di lavoro delle donne.

Nonostante il tasso di attività in Lombardia sia significativamente aumentato tra il 2008 (1) (69,5%) e il 2017 (72,0%), rimane ancora sostenuta la differenza di genere del tasso di attività, ancorché a margine le donne cominciano ad affacciarsi nel mercato del lavoro con maggiori opportunità. In effetti, il tasso di attività cresce per uomini e donne, ma le condizioni socio-economiche pregresse sono difficili da superare soprattutto in anni di grande crisi. La differenza di “opportunità” di accesso al mercato del lavoro tra uomini e donne passa da quasi 20 punti percentuali del 2008 a poco più di 15 punti percentuali.


Tasso di attività per genere 2008-2017 (15-64 anni)

La crisi ha consolidato i così detti Neet. In Lombardia crescono da 209.757 del 2011 a 239.413 del 2016, con una crescita del 14,1% tra il 2011 e il 2016. Per genere, si osserva una crescita dei Neet sia per gli uomini e sia per le donne tra il 2011 e il 2016, rispettivamente da 81.804 a 98.385 e da 127.953 a 141.028, ma i tassi di crescita sono doppi per gli uomini rispetto alle donne. Rispettivamente, 20,3% per gli uomini e 10,2% per le donne. In qualche misura si registra nel tempo un certo appiattimento verso il basso tra uomini e donne.

Evoluzione della precarietà
Prendiamo in considerazione il rapporto sul precariato dell’Inps per il periodo 2015-2016-2017 per valutare il flusso (2) dei rapporti di lavoro per la Regione Lombardia. La prima considerazione è relativa alla divergenza tra le assunzioni a tempo indeterminato e le assunzioni a tempo determinato. Le assunzioni a tempo indeterminato a tutele crescenti passano da 387.962 del 2015 a 241.939 del 2017, mentre le assunzioni a tempo determinato crescono da 751.110 del 2015 a 932.304 del 2017. Ovviamente, non si tratta di nuovi posti di lavoro in assoluto, piuttosto di nuovi rapporti di lavoro.

Le cessazioni dei rapporti di lavoro, invece, restano abbastanza stabili per quelle a tempo indeterminato (357.850 nel 2015 e 342.616 nel 2017), mentre crescono sensibilmente le cessazioni relative alle assunzioni a tempo determinato, passando da 666.728 del 2015 a 754.804, con una crescita percentuale del 19,2%.

Se consideriamo la differenza tra nuovi rapporti di lavoro e cessazione dei precedenti rapporti per il tempo indeterminato (3), si osserva che con il passare degli anni il saldo netto è positivo solo per il 2015, cioè quando i contributi statali, non certo il Jobs Act, hanno fiscalmente sostenuto il rapporto di lavoro a tutele crescenti (passano da un saldo positivo di 30.112 del 2015 a un saldo negativo di meno 100.677 del 2017).

Se consideriamo invece il saldo delle assunzioni a tempo determinato, queste passano da 84.382 del 2015 a 177.500 del 2017. Sostanzialmente si osserva che con la contrazione dei contributi fiscali statali intervenuta a partire dal 2016 la disponibilità delle imprese ad assumere è caduta verticalmente. In qualche misura si conferma che le imprese nazionali e quelle della Lombardia estraggono profitto ai margini della differenza tra costi e ricavi. La trasformazione in rapporti di lavoro a tempo indeterminato intervenuta nello stesso periodo (2015-2017) è infatti sensibilmente calata: da 129.995 del 2015 a 67.776 del 2017. Così come sono calate le trasformazioni dell’apprendistato in rapporti di lavoro a tempo determinato: da 17.224 del 2015 a 15.293 del 2017.

Il saldo occupazionale netto dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato, ovvero le cessazioni dei rapporti di lavoro più le trasformazioni, con il passare degli anni è diventato negativo. Si passa da 160.107 del 2015 a meno 32.901 del 2017, mentre il saldo netto dei rapporti di lavoro a tempo determinato è in continua crescita: si passa da 101.606 del 2015 a 192.763 del 2017, ovvero una crescita prossima al 90% tra il 2015 e 2017.

Infine, l’impatto di genere tra nuovi contratti di lavoro e cessazioni a tempo indeterminato non registra delle marcate differenze, ancorché il saldo negativo dei contratti a tempo indeterminato delle donne in termini percentuali sia di due punti più alto di quello degli uomini. In altri termini, le condizioni di accesso al mercato del lavoro delle donne non è mutato con l’introduzione del Jobs Act e degli incentivi fiscali. Si osserva un impoverimento del lavoro in generale, di cui le donne storicamente sono le principali “vittime”, e che sta interessando anche gli uomini. A testimoniare che la dignità del lavoro è tema di tutti e in larga parte da riconquistare.

(1) Inizio della grande crisi dei subprime

(2) Il flusso della creazione e distruzione dei rapporti di lavoro non deve essere confuso con il saldo dei posti di lavoro creati. Infatti, una persona può cambiare posto di lavoro più volte nell’arco di un anno

(3) Pur con tutti i vincoli (giustificati) circa la validità di questa stima in ragione del fatto che analizziamo un dato flusso e non un dato stock

Massimo Balzarini è componente della segreteria Cgil Lombardia; Roberto Romano è responsabile economico Cgil Lombardia