Gli economisti sempre più frequentemente denunciano gli effetti recessivi delle politiche di austerità, cioè di quelle manovre di politica economica finalizzate a determinare un volume delle entrate fiscali complessivamente maggiore della spesa pubblica. La “teoria dell’austerità espansiva”, che negli anni passati era stata sostenuta da molti, per quanto immediatamente respinta dagli economisti keynesiani, è ormai sempre più accantonata. Secondo quella teoria, i consolidamenti fiscali (appunto gli eccessi del prelievo fiscale sulla spesa pubblica) determinavano nei consumatori e nelle imprese aspettative positive di riduzione dei tassi di interessi e della pressione fiscale per il futuro; e ciò avrebbe alimentato la domanda attuale di merci e servizi, favorendo la crescita economica e l’aumento dell’occupazione.

Quella teoria, naturalmente, ben si conciliava con il sistema di vincoli europei, e in particolare con il Patto di stabilità, secondo il quale il deficit pubblico deve necessariamente rimanere contenuto entro il 3 per cento del Pil; e anche con il cosiddetto Fiscal compact, stando al quale il bilancio pubblico deve essere mantenuto strutturalmente in equilibrio (cioè in pareggio tra entrate e uscite, al netto delle variazioni dovute al ciclo economico) e il debito pubblico deve essere abbattuto in venti anni al valore considerato “ottimale”, pari al 60 per cento del Pil.

Oggi, dopo essere stata sommersa dalle critiche, anche gli istituti di ricerca più vicini all’ortodossia economica chiariscono che l’austerità espansiva non funziona. Persino il Fondo monetario internazionale è giunto, in uno studio del 2012 a sostenere che i tagli della spesa pubblica riducono drammaticamente il Pil. Con specifico riferimento al caso italiano, gli studiosi del Fmi hanno calcolato che un taglio della spesa di 10 miliardi di euro abbatte il Pil in modo più che proporzionale, in media di ben 18 miliardi di euro. Ma, al di là del dibattito tra gli economisti, è la realtà dell’economia che si preoccupa di smentire categoricamente l’idea che l’austerità possa alimentare la crescita. Al riguardo, è sufficiente porre a confronto quanto accaduto in questi anni nell’eurozona e negli Usa. Come è ben noto, queste due economie hanno reagito in modo diverso alla crisi scoppiata nella seconda metà del 2007.

Nell’eurozona i governi si sono mossi nella cornice restrittiva delle regole europee, arginando fortemente la tendenza automatica alla crescita della spesa pubblica che sempre si determina in condizioni di crisi (perché, soprattutto, tende ad aumentare complessivamente la spesa per gli ammortizzatori sociali). Negli Usa, invece, si è attuata una politica aggressiva. Il presidente Obama ha varato il famoso Recovery Act, impiegando – grazie al pieno sostegno della Federal Reserve Bank, che non ha esitato a finanziare la spesa pubblica – oltre 800 miliardi di dollari per politiche industriali, interventi infrastrutturali, sostegno dei redditi. I risultati delle politiche economiche alternative praticate nelle due realtà non potevano essere più diversi. L’eurozona di oggi realizza un Pil che è ancora inferiore rispetto al dato del 2007 di circa un punto e mezzo, con la disoccupazione che è aumentata del 65 per cento (da 11,6 milioni del 2007 a oltre 19 milioni a fine 2013). Negli Stati Uniti il Pil supera di 8 punti percentuali il dato di fine 2007.

La verità quindi è che le politiche di austerità hanno tagliato le gambe alla crescita, impedendoci di uscire dalla crisi, e hanno anche contributo a incrementare la divergenza tra i paesi dell’eurozona. Quel che è peggio è che i trattati europei ci impegnerebbero in questa direzione anche per il futuro. Allo stato delle cose, infatti, il governo italiano ha costruito una manovra economica (con il Documento di economia e finanza – Def – varato nell’aprile scorso) che punta a tenere il deficit pubblico sotto il 3 per cento del Pil, a raggiungere l’equilibrio strutturale del bilancio nel 2016 e ad abbattere progressivamente il debito pubblico, portandolo al 60 per cento del Pil in venti anni. Quest’ultimo risultato lo si ottiene accumulando avanzi primari – cioè eccessi delle entrate fiscali sulla spesa pubblica di scopo (interessi esclusi) – sempre più ampi: dal 2,6 per cento previsto per il 2014 al 5 del 2018, e così continuando per venti anni. Si tratta di un quadro di politica economica disastroso.

Come ho già avuto modo di mostrare in uno studio pubblicato da www.economiaepolitica.it, ci sono molte ragioni per ritenere che una manovra di questo tipo non sia economicamente e socialmente sostenibile. Qui basti sottolineare che la differenza tra prelievo fiscale e spesa pubblica di scopo dovrebbe essere portata nel 2018 alla cifra astronomica di 90 miliardi di euro e che – a meno di non credere nel dogma dell’austerità espansiva – ben difficilmente una manovra di questo tipo potrà essere compatibile con la crescita reale piuttosto sostenuta prevista nel Def per quell’anno, pari all’1,9 per cento. Viceversa, adottando stime dei moltiplicatori come quelle contenute nello studio prima citato del Fmi, si arriverebbe alla conclusione che la manovra di abbattimento del debito pubblico prevista dal Fiscal compact generebbe effetti sociali ed economici insostenibili.

A queste osservazioni sull’inefficacia delle politiche di austerità, e sui rischi a esse connesse, si aggiungono le perplessità sull’effetto espansivo delle tanto attese riforme, che dovrebbero affiancare le politiche fiscali, con riferimento particolare al mercato del lavoro. Gli studi più recenti permettono di sottolineare che dal 1990 a oggi le politiche di liberalizzazione del mercato del lavoro non hanno sortito effetti occupazionali positivi. A questa conclusione si giunge esaminando l’andamento dell’Indice di protezione del lavoro (Epl) elaborato dall’Ocse, per i diversi paesi dell’eurozona, e incrociando con metodologie consuete i dati con i tassi di disoccupazione. La conclusione è che la ricerca di una crescente flessibilità del mercato del lavoro non ha generato gli esiti sperati. In sostanza, non vi è alcuna correlazione apprezzabile tra flessibilità del lavoro e occupazione. E questa è, si badi bene, una conclusione che risulta confermata anche se ci si concentra sull’Indicatore di protezione del lavoro a termine (Ept).

Ne scaturisce un quadro molto preoccupante, i cui rischi economici e sociali sono evidenti. E ciò resta confermato anche se si considera l’eventualità che – sotto la pressione del governo italiano e di altri governi europei – le autorità dell’Unione si accordino per uno scambio tra riforme e una sorta di austerità flessibile, cioè la concessione di qualche margine temporale e di spesa in più impiegando al massimo i risicati gradi di libertà presenti nei trattati. Un’austerità flessibile, che non altererebbe le linee di fondo e gli obiettivi austeri previsti nei trattati, non sarebbe certo sufficiente a rilanciare l’economia italiana e quella europea verso un sentiero di crescita sostenuta ed equilibrata.

È per tutte queste ragioni che occorre sostenere il referendum “Stop austerità”. Naturalmente, il referendum si muove entro i limiti costituzionali e quindi non può abrogare trattati internazionali, né può cancellare il principio di pareggio del bilancio introdotto in Costituzione. Però può annullare quel sovrappiù di rigore che assurdamente abbiamo inserito nella legge 243 del 2012, attuativa del principio costituzionale. E soprattutto, attraverso la discesa in campo del popolo sovrano, può porre un freno alle tecnocrazie europee e chiedere che finalmente si prenda atto del fallimento delle politiche di austerità e della necessità di cambiare strada in Europa. Sarebbe un risultato politico di enorme rilievo. Da conseguire prima che le emergenze sociali mettano seriamente a rischio la tenuta dell’eurozona e con essa lo straordinario progetto di unità tra i popoli d’Europa.

* Università del Sannio, membro del Comitato promotore del referendum “Stop austerità”