Nel pomeriggio di lunedì 14 marzo, il segretario generale della Filctem-Cgil, Emilio Miceli, sarà presente a Ravenna all'assemblea dei lavoratori del distretto energetico più importante d'Italia (il Dics), l'hub dove opera “Eni Upstream” nel quale si gestiscono tutte le attività di estrazione, esplorazione e perforazione per l'Italia Centro-settentrionale: oltre ai 500 lavoratori diretti, ma intorno al Dics si stima che ruotino più di 6000 lavoratori tra indiretti e indotto, includendo le grandi multinazionali specializzate (Baker Hughes, Saipem, Halliburton, Schlumberger) e le numerose aziende appaltatrici.

In questo distretto, non esistono al momento, né ce ne sono in fase di realizzazione, attività che si occupino di “energie alternative” in grado di assorbire gli esuberi prodotti, tanto che già nel 2015 oltre 900 lavoratori sono già in cassa integrazione.

Se il referendum del 17 aprile avesse un esito positivo, per la Filctem Cgil, il rischio è quello di rimanere “tutti a casa”: soprattutto tra i lavoratori indiretti e per quelli dell'indotto sarebbe una “carneficina”. Insomma, “ un errore strategico, – dice molto preoccupato Emilio Miceli – fatale per il nostro paese vietare l'estrazione di petrolio, non solo perchè si graverebbe l'Italia in termini di maggiori importazioni, ma molte imprese chiuderebbero i battenti, facendo emigrare verso altri lidi frotte di ingegneri e di complesse infrastrutture tecnologiche e logistiche che rischiamo di perdere, insieme a migliaia di posti di lavoro nell'indotto, nelle quali primeggiamo perchè è un lavoro che sappiamo fare, una volta tanto, tra i primi al mondo. Contraccolpi che, per aree strategiche come Ravenna e la costa meridionale della Sicilia, non ci possiamo assolutamente permettere”.

Parliamoci chiaro, incalza Miceli: “la tesi che racconta del superamento dell'energia da fonte fossile è inesistente. Piacerebbe anche a me, ma purtroppo non è così. Il mondo, oggi e per i prossimi decenni di sicuro, continuerà ad andare a gas e petrolio, addirittura a carbone (Germania e Cina docet), e queste tre fonti rappresentano nel mondo il 75% del fabbisogno. Mi sembra improponibile saltare a piè pari questa fase di transizione, anche perchè – per tornare a noi – i giacimenti in Adriatico verranno comunque sfruttati, certo non saremo noi a farlo ma altri, magari con le stesse compagnie. E allora – conclude il leader sindacale -  importeremo idrocarburi che, paradossalmente, sono i nostri! Non mi pare una grande idea!”.