Ci sono buone idee per far ripartire l’economia e il lavoro in Italia. Vengono dal sindacato, dal Piano del lavoro della Cgil. O da economisti come Luca Ricolfi che, con la proposta di “Job Italia”, ha trovato dei punti di convergenza proprio con la Confederazione sindacale, un terreno d’incontro reso manifesto dal seminario odierno organizzato dal Forum Cgil dell'economia, aperto alle proposte di esperti e intellettuali e dal titolo “Politiche per il lavoro: proposte a confronto”. Un progetto, quello di Ricolfi, per certi versi affine al Piano del lavoro Cgil, almeno nella misura in cui punta i fari sulla creazione di nuovi posti anziché concentrarsi sulle tipologie contrattuali e distribuire risorse a pioggia, oltretutto senza alcun vincolo sulla nuova occupazione, come fa la riforma del governo. Altrettanto certo, infatti, è che il governo non ascolta queste proposte, e meno che mai le accoglie nel suo programma economico: quel Jobs Act sommato alla Legge di Stabilità che, a parere di molti intervenienti al seminario, otterrà il solo effetto di precarizzare il mondo del lavoro, di aumentare le disuguaglianze, ma non rilancerà l’occupazione.

L'iniziativa del Forum è stata organizzata proprio nel solco dell'approvazione al Senato del Jobs Act, e del varo dei decreti delegati, e voleva essere l'occasione per rilanciare la discussione in merito a proposte alternative alla riforma del mercato del lavoro. Susanna Camusso, concludendone i lavori (leggi qui il suo intervento integrale), ha ricordato quindi che “la prima grande urgenza è creare lavoro, usare tutte le risorse disponibili. E invece nel Jobs Act si fa un preciso scambio tra Stato e imprese che faciliterà i licenziamenti”. “Gli incentivi - sottolinea Camusso - dureranno solo 8-9 mesi (a partire dalla data di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, fino a dicembre, ndr), un periodo che consentirà alle imprese di coprire i costi del licenziamento per poi assumere una persona che costa molto meno, oltretutto conteggiata come nuova occupazione. Quale interesse abbia un paese a finanziare un licenziamento, mi resta oscuro. Non si capisce perché le imprese possono licenziare liberamente, e gratis, non si capisce quali colpe debbano espiare i lavoratori”.

Jobs Act: Sanna (Cgil), effetti contrari a quelli annunciati dal governo
“La legge di Stabilità esprime tutta la sua inadeguatezza nel Jobs Act, che scommette sugli investimenti privati nella logica di togliere legami e regole al mercato, isolando il lavoro in modo iniquo e inefficace. Il contrario di quanto annunciato dal governo”. Lo ha detto Riccardo Sanna, responsabile dell'area Politiche economiche della Cgil, aprendo il seminario. “Le scelte del governo - prosegue Sanna - destano molta preoccupazione, soprattutto se guardiamo i dati macroeconomici che prevedono al 2018 la disoccupazione all'11,2%, il doppio del periodo pre-crisi. Nei margini nazionali stiamo commettendo ulteriori errori rispetto alle politiche europee. Leva fiscale e regolazione del lavoro potevano essere usate diversamente, puntando su redistribuzione e innovazione, su un'idea diversa di stimolo alla domanda” e non sulla "svalutazione competitiva di lavoro e diritti”.

Job Italia: Ricolfi, giù il costo del lavoro per creare occupazione
Nel corso del seminario, l’economista Luca Ricolfi ha illustrato le proposte contenute nel “Job Italia”, il progetto messo a punto assieme alla Fondazione Hume, ricordando che con sgravi fiscali ben mirati sul costo del lavoro si genera un circolo virtuoso che può creare centinaia di migliaia di posti, oltre il doppio di quelli previsti dalle stesse imprese. Il Job Italia – ha spiegato Ricolfi – è una proposta avanzata a marzo e perfezionata poi a settembre 2014 "che ha avuto eco nel sindacato, soprattutto da parte della Cgil. È piaciuta a Unioncamere, Unione Industriale di Torino e Confartigianato. Registra invece un assordante silenzio da parte del governo e della Confindustria”.

Nella società italiana, ha spiegato l’economista, ci sono tre grandi porzioni. Chi ha garanzie (i dipendenti pubblici e quelli di grandi aziende, circa 10 milioni); chi è a rischio (gli autonomi e i dipendenti delle piccole imprese, altri 10 milioni); infine gli esclusi, quelli che non trovano lavoro, che non lo cercano più, compreso chi è finito nel lavoro nero, in totale sono oltre 10 milioni di persone. “Questo è il nostro problema: nessun paese Ocse, eccetto la Grecia, ha una concentrazione del lavoro su così poche persone come avviene in Italia. In un paese Ocse medio lavora uno su due, in Italia uno su tre. Per stare nella media dovremmo avere quasi 30 milioni di posti di lavoro, invece ne abbiamo 22, 23. Non ci si può permettere il lusso di programmare per il 2018 un tasso di disoccupazione di oltre l'11% come fa il governo. Perciò la priorità assoluta non è la trasformazione da precario a stabile, è creare posti per gli esclusi e ridurre l'area del lavoro nero”.

L'idea del Maxi job, poi trasformata in Job Italia, parte dal fatto che il costo del lavoro in Italia è eccessivo. “Molte imprese – afferma Ricolfi - pianificano di incrementare l'occupazione a lungo termine, ma nessuno sa quanti posti di lavoro verranno creati. Secondo le nostre stime, il nostro ordine di grandezza è di 300-400.000 in un anno. Ma se ci fossero gli sgravi contenuti nel Job Italia, se le imprese pianificano 300.000 posti di lavoro questi diventano quasi un milione, cioè circa 700.000 nuovi posti di lavoro in più di quanto ha pianificato il Governo”. Ancora un esempio numerico. "Se abbiamo 100mila assunzioni - sostiene l'economista -, lo Stato spende in contributi sociali 1 miliardo di euro; se le assunzioni diventano 200mila, ci costano 2 miliardi. Ma queste assunzioni generano anche altre tasse, per la precisione 2 miliardi di tasse, con le quali puoi pagare i contributi sociali a tutti”. E la pubblica amministrazione non solo non avrebbe perso un euro, ma avrebbe avuto un gettito occupazionale cospicuo.



Sorrentino (Cgil), Job Italia affine al Piano del lavoro
"Ci sono punti di condivisione tra il Job Italia del professor Ricolfi e il nostro Piano del Lavoro". Così il segretario confederale della Cgil, Serena Sorrentino. "Anche noi - spiega la dirigente sindacale - abbiamo sempre sostenuto che non ci può essere attenzione solo alle regole del lavoro, ma che il principio è la creazione di occupazione. Rispetto al Jobs Act, invece, c'è una prima criticità: non crea nuova occupazione, ma è più un'operazione di redistribuzione dell'occupazione attuale. Il contratto a tutele crescenti non aumenta il saldo netto dell'occupazione esistente". Il saldo netto, cioè la quota di lavoro tempo indeterminato creata ogni anno in Italia, è di 135.000 unità. "Se il governo - spiega Sorrentino - stima 1,9 miliardi di risorse legate alla decontribuzione, il contratto a tutele crescenti produrrà lo standard di aumento occupazionale che fisiologicamente c'è già nel Paese. Dunque, non solo non avremo alcuna addizionalità occupazionale, ma il contratto a tutele crescenti peggiorerà la situazione, perché modifica i rapporti e snatura il contratto a tempo indeterminato”. Sorrentino ricorda, infatti, che la “liberalizzazione dei licenziamenti da un lato avvantaggia sensibilmente l'impresa, assieme alla quantità di incentivi a sua disposizione; mentre al contrario, per i lavoratori, non c'è alcun riflesso positivo dalle nuove norme introdotte dal Governo".

"Altro aspetto – ha osservato ancora Sorrentino –, è l'efficacia con cui viene previsto l'incentivo del contratto di lavoro a tutele crescenti nella legge di Stabilità: la formula scelta è l'esonero contributivo, che risponde all'idea del governo che quel contratto a tutele crescenti avrà un successo in termini di trend nel 2015. Ma sulla stabilizzazione dell'occupazione non avrà alcun effetto, mentre renderà più precario il contratto a tempo indeterminato. Quando finirà la decontribuzione, le imprese abbandoneranno il contratto a tutele crescenti per tornare al tempo determinato. Per garantire stabilità all'occupazione, bisogna garantire alle imprese sgravi e incentivi perlomeno triennali e non limitati a un solo anno, come fa il Jobs Act del governo Renzi".



"Il Jobs act – prosegue Sorrentino - aumenta il livello di insicurezza, mentre il Job Italia di Ricolfi è applicabile a qualsiasi tipologia contrattuale e non prevede uno scambio di cessione dei diritti, come fa il Jobs Act, che inoltre accelera le transizioni nel mercato del lavoro e penalizza la qualità di sicurezza sociale che hanno i lavoratori. Se l'obiettivo è quello di creare maggiore e buona occupazione, bisogna costruire forme che producano innovazioni tali da dare risposte a un'occupazione socialmente sostenibile. Il mercato del lavoro è cambiato al suo interno. Se vogliamo costruire un grande piano straordinario dell'occupazione, l'altra domanda da porsi è, oltre alla convenienza dell'impresa, qual è il parametro di riequilibrio sul piano della sicurezza sociale, collegata a settori e attività produttive che possono creare un effetto sociale moltiplicatore nel tempo. Il governo non può avere solo una funzione di delega all'impresa. In tale ambito, il diritto del lavoro ha una funzione fondamentale, perché non nasce per governare, ma per correggere l'economia di mercato, salvaguardando il principio dell'autonomia collettiva". "Creare nuovi posti di lavoro è obiettivo comune – ha concluso la segretaria confederale Cgil –, ma bisogna sperimentare nuove forme, con alcuni punti fermi, tra cui la legittimità del contratto che rispetti la dignità professionale del lavoratore".

Travaglini: manca una politica industriale
In sintonia con la proposta di un Piano del lavoro anche l'economista Giuseppe Travaglini, che in un passaggio del suo intervento al seminario ha ricordato come “negli ultimi vent'anni in Italia” ci siano stati “due obiettivi: occupazione e crescita, ma li abbiamo affrontati con uno strumento solo, le riforme, quando invece ne servivano due. L'altra doveva essere una parvenza di politica industriale che altri paesi, al contrario di noi, hanno fatto”.

Job Italia: Treves (Nidil), non considera divario Nord-Sud
“Giustamente il Job Italia di Luca Ricolfi sottolinea che il tasso di occupazione italiano è più basso della media Ocse, ma va precisato che al Centro-Nord siamo in linea con gli obiettivi di Lisbona. La specificità italiana, come sappiamo, è invece l'assoluta concentrazione territoriale del nostro divario. Dunque, una proposta fatta a livello nazionale rischia di essere incoerente se gli oltre 3 milioni di lavoratori in nero sono concentrati soprattutto al Sud”. A dirlo è il segretario generale del Nidil Cgil, Claudio Treves, sempre nel corso del seminario.