Il sistema italiano di accoglienza dei migranti traballa ma funziona, o almeno funzionava prima dei decreti sicurezza voluti dall'ex ministro degli Interni Matteo Salvini. Lo dicono in molti, ma a confermarlo, chiaro e tondo, è anche il più recente report pubblicato da Amnesty international sull'argomento: “I sommersi dell’accoglienza – conseguenze del dl 113/2018 sul sistema di accoglienza italiano”. A dare i risultati migliori, da quanto emerge, è soprattutto il sistema di secondo livello, l'ex Sprar (oggi Siproimi, dopo il primo decreto Salvini), in grado di fornire un'accoglienza diffusa sul territorio, che coinvolge istituzioni locali, singoli cittadini e terzo settore, e che produce percorsi concreti di inclusione per gli ospiti. Rappresenta un'eccellenza nel panorama europeo, ma oggi, proprio a causa delle norme varate dal primo governo Conte, ha ridotto di molto il suo raggio d'azione, e non è più accessibile né a coloro che hanno un permesso umanitario in scadenza né ai richiedenti asilo.

Foto di Marco Merlini

“L'ex Sprar è assolutamente apprezzato e viene già studiato negli altri paesi europei. L'Italia, nonostante tutto, in questo campo resta un modello”, conferma Saro Rossi, che di mestiere fa formazione sui temi della diversità culturale e dell'intercultura, sia in Italia che in Europa. Saro era a capo di una comitiva di 30 giovani operatori sociali provenienti da 12 paesi diversi, che a fine febbraio è sbarcata in Italia proprio per analizzare il metodo di accoglienza italiano. Il corso si chiama “Game of Cultures: nuove sfide per le nostre comunità”, è stato organizzato nell'ambito del progetto Erasmus Plus, e ha come obiettivo capire “come utilizzare le comunità locali per il processo di inclusione di migranti, richiedenti asilo e rifugiati”.

L'ex Sprar è assolutamente apprezzato e viene già studiato negli altri paesi europei

Gli operatori sociali coinvolti, tra le molte attività, sono stati anche ospitati nell'aula consiliare del terzo Municipio di Roma, in un incontro con associazioni e istituzioni che si occupano di migranti. C'erano anche i rappresentanti delle cooperative Idea Prisma 82 e Alternata Silos, delle associazioni Naim, Arci, Forum Terzo settore e Ali, oltre che assistenti sociali e amministratori locali. “In Italia è attiva un'accoglienza diffusa che in altri Paesi non c'è – continua Saro –. Probabilmente nel Nord Europa hanno altri punti di forza, come un'organizzazione statuale nella gestione normativa molto più lineare. I nostri meriti, invece, risiedono soprattutto nella capacità di lavorare con le comunità locali, coinvolgere le persone e riuscire ad attivare i territori”.

Una spinta dal basso
“Qui ho visto una spinta dal basso che nel mio paese non esiste – conferma Thanos Koufogeosgos, studente greco di geopolitica e membro dell'associazione Solidarity based group –. Entrambi i nostri paesi hanno subìto in maniera massiccia la crisi dei migranti del 2015, ma le istituzioni locali in Grecia non partecipano affatto all'accoglienza come invece succede in Italia”. “Anche da noi le associazioni fanno molto per affrontare e risolvere i problemi – continua Thanos –, ma evidentemente non basta. Secondo me si dovrebbe investire di più sull'accoglienza individuale. La gente dovrebbe essere motivata ad agire anche in proprio”. Tra l'altro, come in Italia, pure in Grecia si è recentemente registrata una forte stretta sull’immigrazione. Il governo di centrodestra guidato da Nuova Democrazia ha preso una direzione opposta rispetto all'esecutivo Tzipras. Dall'estate 2019 non viene più concessa l’assistenza sanitaria ai cittadini extra Ue, impedendo di fatto ai migranti l’accesso alle cure. Il Parlamento ha inoltre approvato una nuova legge sul diritto d’asilo, annunciando la chiusura dei famosi centri di accoglienza e identificazione sulle isole dell’Egeo orientale. Al loro posto sorgeranno presto dei nuovi centri di detenzione, campi chiusi e controllati dai gendarmi.

Thanos Koufogeosgos (foto di Marco Merlini)

“La situazione per i migranti è molto complicata anche in Austria, ma penso anche che lo sia un po' in tutta Europa”, afferma poi Sarah Momani, musulmana praticante e insegnante di fisica. Sarah è esponente del Muslim youth Austria, un'associazione giovanile che ha come obiettivo l'integrazione dei musulmani. “D'altronde – continua da sotto il velo verde che le copre i capelli – l'inclusione è sempre più difficile a causa dell'ondata di estrema destra che sta investendo molti paesi”. In Austria, in effetti, nonostante il recente cambio di governo, le politiche restano draconiane, mentre i flussi di migranti stanno diventando un ottimo affare per i privati. Così come in Svizzera e in Germania, molti centri di accoglienza austriaci sono in mano al gruppo elvetico Ors, nato nel ’92 da una costola di Adecco, società di lavoro interinale.

“La situazione per i migranti è molto complicata in tutta Europa

“Questo gruppo continua a vincere bandi – continua Sarah – con gestioni talmente inefficienti fino a essere lesive dei diritti fondamentali delle persone. D'altronde sono un'azienda, non associazioni o cooperative come in Italia, e quindi hanno un approccio che bada molto più al profitto che all’integrazione”. Ors, tra l'altro, dopo l'approvazione dei decreti Salvini è sbarcata anche nel nostro Paese, e ha già ottenuto la gestione del Cpr sardo di Macomer e del Centro Casa Malala di Trieste, struttura per la prima assistenza dei richiedenti asilo della via balcanica.

Sarah Momani (foto di Marco Merlini) 

Il ruolo del terzo settore
In tutti i paesi dell'Europa mediterranea, in ogni caso, il ruolo del terzo settore appare ancora decisivo. In Portogallo, ad esempio, l'ong Istituto per il dialogo globale di Estoril ha avanzato qualche tempo fa la proposta di un esperimento molto simile ai corridoi umanitari, ma più dettagliato. Si chiama Global safety passport, un documento legale di viaggio garantito dall'Unhcr e rilasciato ai richiedenti asilo. Questo passaporto consentirebbe loro di viaggiare legalmente e di entrare negli Stati occidentali per chiedere protezione. Il Global safety passport non garantirebbe, in realtà, il diritto di risiedere legalmente in un determinato paese, ma consentirebbe comunque ai richiedenti asilo di entrarci in modo sicuro e legale. I tentativi di introdurre questo nuovo strumento, però, non hanno ancora ottenuto il successo sperato.

“C'è una vitalità della società civile e dei territori che è davvero interessante

“In Spagna i centri di accoglienza, i Car (Centros de acogida a refugiados) sono gestiti dal ministero delle Politiche sociali e dalle ong, e forniscono vitto, alloggio, servizi di assistenza sociale, psicologica e legale”, spiega poi Cristina Castro, operatrice sociale specializzata in studi di genere e in donne che hanno subìto violenza. “La differenza maggiore con l'Italia sta quindi nell'assenza di un'accoglienza distribuita sul territorio nazionale – continua –. La maggior parte dei migranti risiede a Madrid o a Barcellona, e il più delle volte nei Car si vive in pessime condizioni. Ci sono molte più persone di quante ne possano contenere, e non si rispettano i più basilari diritti umani”. Tra l'altro, i richiedenti asilo in attesa della decisione del ministero sull’ammissibilità della loro richiesta in Spagna sono autorizzati al soggiorno ma non al lavoro. Dunque sopravvivono parcheggiati nei centri. Per Cristina, il sistema italiano “è molto più complesso dal punto di vista normativo, ma c'è una vitalità della società civile e dei territori che è davvero interessante”.
Foto di Marco Merlini

Il business del Nord
Dove la società civile è un po' meno vitale, però, spesso le istituzioni sono più ordinate. È il caso della Norvegia, che nel 2016 ospitava ben 11 rifugiati ogni mille abitanti. In proporzione circa cinque volte in più rispetto all'Italia. All'inizio della crisi del 2015, il Paese accolse migliaia di profughi, fino a quando laburisti, conservatori e Partito del progresso si trovarono d’accordo nel sospendere il trattato di Schengen. Da allora gli arrivi si sono ridotti, ma chi riesce a passare il collo della bottiglia si ritrova comunque in una situazione nient'affatto scomoda. Barbara Schmitt è un'immigrata. È arrivata in Norvegia dal Brasile, ma oggi lavora come assistente sociale nel comune di Kongsberg, 23 mila abitanti a un'ora e mezzo d'auto da Oslo: “Per me, che conosco bene le difficoltà di vivere in un Paese straniero, è più facile comunicare con chi arriva. Lavoro con bambini e adolescenti che risiedono nei centri di accoglienza in città. Il mio compito è quello di provare a mappare i loro interessi e le attività che potrebbero permettergli di integrarsi al meglio. Quindi contatto centri sportivi o culturali che possano fornire occupazioni extracurricolari rispetto alla scuola”. Nella sede del comune di Kongsberg ci sono addirittura dei totem touch-screen con tutte le possibilità presenti in zona: “Il tutto è tradotto in 13 lingue, e basta un solo click per quello che si sta cercando. È importante che tutto sia vicino a dove vivono i migranti, perché da noi l'inverno è molto duro”.


Barbara Schmitt (foto di Marco Merlini)

Accoglienza e sostegno in pieno stile nordeuropeo, insomma, come da tradizione. Anche se pure in Norvegia, così come in Svezia, il business dei richiedenti asilo sta alimentando più di qualche polemica. Alcuni gruppi privati hanno infatti ottenuto il sostanziale monopolio dell'accoglienza, prendendo in gestione decine di centri molto grandi per aumentare i profitti, sfruttando al meglio l'economia di scala, e magari risparmiando sui servizi offerti. Non è un caso, quindi, se, come conferma Saro Rossi: “L'aspetto del sistema italiano degli ex Sprar che più colpisce gli operatori europei è proprio quello dell'accoglienza diffusa in piccoli appartamenti sparsi sul tutto il territorio del nostro Paese e gestita insieme alle istituzioni locali. Una singolarità in Europa, che permette reali processi di inclusione per i migranti nel tessuto sociale e benefici per le comunità. In questo, onestamente, siamo molto più bravi degli altri”. E magari lo resteremo, ma solo fino alla prossima stretta legislativa.