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Tre letture per il 25 aprile

Tre letture per il 25 aprile
Foto: resistenza
Davide Orecchio
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La letteratura antiretorica di Italo Calvino e l'importanza del partigiano Kim. L'innovazione storiografica di Claudio Pavone. Le memorie di Carla Capponi, partigiana coraggiosa nella Roma nazifascista

Un libro di letteratura, uno di storia, uno di memorie. Tre classici, pubblicati in epoche diverse: 1947, 1991, 2000. Hanno in comune l'originalità, la libertà del linguaggio e dello sguardo sulla Resistenza, cui i tre autori parteciparono: Italo Calvino, Carla Capponi, Claudio Pavone.

La narrazione
Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno (1947), Mondadori, 2016

Un fattore chiave decreta la longevità di un’opera letteraria sulla Resistenza, ed è l’antiretorica, lo sguardo obliquo. I testi che lo possiedono sono arrivati fino a noi sani e salvi, si conservano meglio, infatti li leggiamo e studiamo tuttora. Tra questi libri, come dire, immortali, o più semplicemente entrati nel canone, ha un proprio rilievo Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino. Racconto privo di eroi, anzi pieno di sbandati e di partigiani per caso, ragazzi sotto sorveglianza e inaffidabili, eppure in armi contro i nazifascisti. Calvino, nel 1944, in Liguria aderì alle Brigate Garibaldi e combatté sulle Alpi Marittime, teatro poi del Sentiero. Nel dopoguerra, incoraggiato da Cesare Pavese, Calvino completò quello che sarebbe stato il suo romanzo d’esordio, negli ultimi giorni del dicembre 1946, e lo pubblicò nell’ottobre del ’47 nella collana «I coralli» di Einaudi. Aveva ventiquattro anni. «Questo romanzo – ha scritto Alberto Asor Rosa – risulta tutto decentrato rispetto agli stereotipi di un’ideale rappresentazione letteraria della Resistenza». Il protagonista, Pin, è un bambino che guarda il mondo con sguardo infantile e fantastico. Fratello di una ragazza che si prostituisce con i tedeschi, si aggrega a una banda di partigiani irregolari.

Il libro, assieme alle opere di Fenoglio, Meneghello, Cassola, ha segnato la stagione più alta della letteratura sulla Resistenza. E tra i suoi personaggi c’è Kim, commissario partigiano, figlio di «padri borghesi», preso da un fervore mentale incessante, dedito a governare e comprendere le ragioni che hanno spinto operai e contadini, ma anche disertori e sbandati a combattere la guerra civile contro il nazifascismo. Kim è esistito davvero. Si chiamava Ivar Oddone ed era un amico di Calvino. Studente in medicina, fu tra i primi antifascisti a salire in montagna. Finita la guerra, diventò un medico del lavoro e, a Torino negli anni ’60 e ’70, rivoluzionò la gestione della salute e della sicurezza nelle grandi fabbriche insieme a operai, sindacalisti, studenti, medici. La sua opera di medicina preventiva è conosciuta e tradotta in tutto il mondo. Il giovane partigiano diventò il medico che difese la salute nell’ambiente di lavoro. È davvero il tempo giusto per ricordare Kim/Ivar Oddone.

Citazione
«C’è un enorme interesse per il genere umano, in lui. (…) Il medico dei cervelli, sarà (…). Non è simpatico agli uomini perché li guarda sempre fissi negli occhi come volesse scoprire la nascita dei loro pensieri e a un tratto esce con domande a bruciapelo, domande che non c’entrano niente, su di loro, sulla loro infanzia».

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La storia
Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza (1991), Bollati Boringhieri, 2017


Nella storiografia sulla Resistenza c’è un prima e un dopo, ed è segnato dalla pubblicazione di questo saggio. A quasi trent’anni dalla sua apparizione è ancora una lettura inevitabile. Claudio Pavone fu partigiano, funzionario degli Archivi di Stato, insegnò all'Università di Pisa e presiedette la Società italiana per lo studio della Storia contemporanea. Fu il primo, nel campo degli studi storici, a sostenere che la Resistenza, oltre a essere stato un conflitto di liberazione dai nazifascisti, fosse stata anche, anzi proprio per questo, una guerra civile combattuta tra gli italiani. Fino a quel momento la formula “guerra civile” era apparsa solo nella memorialistica di destra, neofascista o postfascista. Lo studio di Pavone ricostruisce magistralmente le scelte di campo di tutti, le giuste e le sbagliate, a partire da quel grande innesco di morte e resurrezione che fu l’8 settembre 1943. Guerra patriottica, guerra di classe, guerra per la libertà, guerra per il comunismo, guerra mossa dai contraltari fascisti e repubblichini. Molte guerre in una.

«Volevo segnalare il tentativo di uscire da una visione puramente politica - raccontò a Rassegna lo stesso Pavone nel 1994 -. (...) I comportamenti politici discendono da moralità individuali, convinzioni profonde, ideali, frustrazioni, illusioni, speranze, insomma da tutta una serie di elementi soggettivi, personali che devono aiutare a far capire perché gli uomini hanno compiuto certe azioni e non altre. (...) Perciò ho parlato di moralità “nella” e non “della” Resistenza. Il mio intento non era trovare la morale della lotta di liberazione. Ho pensato che in questa fase degli studi, dell'evoluzione della coscienza pubblica, fosse più utile vedere quali erano i comportamenti morali di coloro che hanno partecipato alla Resistenza, come si misuravano convinzioni, culture, tradizioni familiari con alcuni grossi nodi, che rappresentavano appunto problemi di moralità, come lo scegliere tra un campo e l'altro in piena autonomia personale».

Citazione
«È probabilmente proprio durante la guerra civile che la parola fascista si caricò con particolare intensità di un significato che andava al di là della concreta e specifica esperienza storica del fascismo, finendo con designare un tipo umano negativamente connotato sotto tutti i profili pubblici e privati. (...) Il persistente uso di “fascista” quale epiteto ingiurioso, globale e riassuntivo delle ignominie capaci di installarsi in un essere umano, può considerarsi un’estrema conseguenza di questa dilatazione, cui la RSI diede un conclusivo contributo, del contenuto semantico della parola oltre i limiti storicamente verificabili.»

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La memoria
Carla Capponi, Con cuore di donna (2000), Il Saggiatore, 2009


Carla Capponi nel 1943 era una studentessa romana di legge. Questo non le impedì (insieme a molte sue coetanee) di aderire alla Resistenza, dopo l’8 settembre, e di entrare nelle fila dei Gap centrali comunisti: quei Gruppi di azione patriottica che nei nove mesi dell’occupazione di Roma, fino al giugno del 1944, furono i più pericolosi e fieri nemici dei nazifascisti. Capponi, in quella guerra urbana e spietata, molto diversa rispetto alla Resistenza sui monti o nelle campagne, si guadagnò una medaglia d’oro al valor militare. Organizzò o partecipò alle principali azioni, dai primi attentati dell’autunno 1943 fino a via Rasella, nella primavera del 1944. Le sue memorie ricostruiscono, in pagine vive e indimenticabili, la scelta di campo di una ragazza e la sua formazione di partigiana, con le tappe, gli incontri, i ritratti di compagne e compagni, la spregiudicatezza giovanile dei gesti, il mettere continuamente a repentaglio la propria vita. Furono mesi tanto vitali quanto feroci, e le donne, le ragazze di Roma, doppiamente coinvolte in una lotta di liberazione e di emancipazione, ne furono protagoniste. Questo, dal libro di Capponi, emerge nitidamente.

Citazione
«Più di trenta azioni avevano costretto i fascisti a girare con prudenza per le strade di Roma: molti cominciarono a indossare un impermeabile per nascondersi, e quelli che non potevano farlo per motivi di servizio erano talmente armati di bombe a mano, revolver, mitra e cartucciere a tracolla, da apparire ridicoli, goffi come bambini in maschera, non da ultimo per la loro giovinezza».