Il tasso di capitalizzazione dei montanti contributivi per il 2026 sale al 6,3359%. Una buona notizia, ma che non può essere utilizzata per nascondere gli altri due elementi che stanno cambiando: dal 2027, infatti, diminuiscono i coefficienti di trasformazione e aumentano i requisiti per andare in pensione.

Il 6,3359% è  il tasso annuo di capitalizzazione che sarà applicato nel 2026 alla rivalutazione dei montanti contributivi e produrrà un incremento significativo del capitale accumulato sul quale verrà calcolata la pensione contributiva.

Ma proprio perché il dato è rilevante occorre capire bene cosa rappresenta, perché raggiunge quest’anno un valore così elevato e, soprattutto, perché sarebbe sbagliato utilizzarlo per sostenere che siano stati cancellati gli effetti negativi della revisione dei coefficienti di trasformazione che entrerà in vigore dal 1° gennaio 2027.

“Si tratta di meccanismi differenti, che agiscono su elementi diversi del calcolo della pensione – spiega Ezio Cigna, responsabile delle Politiche previdenziali della Cgil nazionale –. Il 6,3359% è un dato positivo e va riconosciuto come tale. Ma non può diventare la carta da mostrare per nascondere ciò che contemporaneamente sta accadendo nel sistema pensionistico: coefficienti di trasformazione meno favorevoli e requisiti di accesso alla pensione che tornano ad aumentare”.

Cos’è il montante contributivo e perché cresce del 6,3359%

Per comprendere fino in fondo questi numeri bisogna tornare al funzionamento del sistema contributivo costruito con la riforma del 1995. Con la legge 335 il sistema pensionistico italiano è stato profondamente trasformato. Nel metodo contributivo, i contributi accantonati durante la vita lavorativa alimentano il cosiddetto montante contributivo individuale, che viene progressivamente rivalutato e che, al momento del pensionamento, viene trasformato in pensione attraverso un coefficiente legato all’età.

“Il montante – spiega Francesca Tornieri, componente della presidenza del patronato Inca Cgil con delega alla previdenza – non rimane fermo al valore nominale dei contributi accantonati. Viene rivalutato annualmente sulla base della variazione media quinquennale del Pil nominale. Per il 2026 il tasso medio annuo composto è pari a 0,063359, con un coefficiente di rivalutazione di 1,063359. Significa che il montante interessato dal meccanismo beneficia di una rivalutazione del 6,3359%”.

Nessun merito del governo

È un incremento significativo e rappresenta indubbiamente un beneficio. Ma è importante chiarire anche un altro aspetto: non si tratta di una misura decisa dal governo per aumentare le pensioni. È l’applicazione del meccanismo automatico previsto dalla riforma del 1995.

Il valore particolarmente elevato di quest’anno deriva dalla dinamica del Pil nominale nel quinquennio preso a riferimento. Nel calcolo non pesa più il 2020, l’anno caratterizzato dalla caduta eccezionale dell’economia durante la pandemia, mentre assumono maggiore rilievo gli anni successivi, segnati dalla ripresa e da una forte crescita dei valori nominali, sulla quale ha inciso anche la dinamica dei prezzi.

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Per questa ragione il 6,3359% non può essere considerato un dato strutturale né può essere automaticamente proiettato negli anni futuri. Il tasso di capitalizzazione continuerà a cambiare in relazione all’andamento dell’economia. Il montante cresce, ma i coefficienti peggiorano È qui che occorre evitare l’equivoco principale.

Il tasso di capitalizzazione determina quanto cresce il montante contributivo accumulato. Il coefficiente di trasformazione stabilisce invece quanta pensione annua viene ricavata da quel montante al momento del pensionamento. La rivalutazione aumenta quindi la base da trasformare in pensione; il coefficiente determina quanto quella base produce in termini di assegno pensionistico.

Due meccanismi diversi

“Per questo – sottolinea Tornieri – è tecnicamente sbagliato sostenere che il tasso di capitalizzazione del 6,3359% cancelli la riduzione dei coefficienti di trasformazione dal 2027. Il primo incrementa il montante, il secondo stabilisce l’importo della pensione che quel montante è in grado di generare”.

Dal 1° gennaio 2027, infatti, i coefficienti diminuiranno a tutte le età. A 64 anni, ad esempio, si passerà dal 5,086 al 5,009%; a 67 anni dal 5,608 al 5,514%. La conseguenza è matematica: a parità di età e di montante contributivo da trasformare, dal 2027 la quota contributiva della pensione sarà più bassa rispetto a quella determinata applicando i coefficienti vigenti nel biennio 2025-2026, aggiunge la dirigente dell’Inca.

Il rischio del “gioco delle tre carte”

Il problema nasce quando si prende il dato positivo della capitalizzazione e lo si utilizza per rappresentare come risolto il problema dei coefficienti. “Con le pensioni non possiamo fare il gioco delle tre carte – osserva Cigna –. Se mettiamo sul tavolo soltanto il 6,3359% e facciamo scomparire le altre due carte, raccontiamo soltanto una parte della realtà. La prima carta è certamente positiva: il montante viene rivalutato in misura significativa. Ma ce ne sono altre due: dal 2027 i coefficienti di trasformazione peggiorano e, contemporaneamente, aumentano i requisiti necessari per andare in pensione”.

Il punto non è quindi negare il beneficio della capitalizzazione. Al contrario, quel beneficio va riconosciuto per intero. Ma una rivalutazione favorevole del montante in un singolo anno non può essere utilizzata per cancellare un peggioramento strutturale degli altri parametri del sistema. Il 6,3359% dice quanto viene rivalutato oggi il montante interessato. Non garantisce quale sarà la capitalizzazione negli anni futuri. I nuovi coefficienti, invece, stabiliscono che dal 2027, a parità di età e di montante, la pensione contributiva sarà inferiore.

L’attesa di vita pesa due volte

C’è poi la terza carta, quella dei requisiti pensionistici. Ed è proprio guardando al sistema nel suo complesso che emerge una delle contraddizioni più evidenti dell’attuale impianto previdenziale. L’aumento della speranza di vita produce effetti sia sui requisiti necessari per accedere alla pensione sia sui coefficienti utilizzati per trasformare il montante contributivo in pensione.

La stessa dinamica demografica finisce così per agire su due fronti: sposta in avanti il momento del pensionamento e, attraverso la revisione dei coefficienti, riduce a parità di montante la pensione riconosciuta. I prossimi anni rendono questa dinamica particolarmente evidente. Nel 2026 il requisito ordinario per la pensione di vecchiaia è fissato a 67 anni. Dal 1° gennaio 2027 serviranno 67 anni e un mese e dal 2028 67 anni e tre mesi.

Le attuali proiezioni indicano inoltre, dal 2029, un possibile ulteriore incremento di tre mesi che, se confermato, porterebbe il requisito a 67 anni e sei mesi: sei mesi in più rispetto al 2026. La stessa dinamica riguarda la pensione anticipata indipendente dall’età: considerando gli incrementi prospettati, dal 2029 il requisito contributivo arriverebbe a 43 anni e quattro mesi per gli uomini e 42 anni e quattro mesi per le donne.

La pensione si allontana

Contemporaneamente, dal 2027 entreranno in vigore coefficienti di trasformazione meno favorevoli. “Questa è la realtà che dobbiamo raccontare – sottolinea Cigna –. Il traguardo pensionistico si allontana e, a parità di montante contributivo, la pensione si riduce. L’aumento della speranza di vita è una conquista, ma non può essere utilizzato due volte a danno delle persone: una volta per allontanare il pensionamento e un’altra per ridurre il rendimento pensionistico dello stesso montante”.

Il problema non sono soltanto i coefficienti

La questione diventa ancora più importante guardando alle generazioni che saranno interamente soggette al sistema contributivo. Il mercato del lavoro di oggi è profondamente diverso da quello sul quale venne costruita la riforma del 1995. Carriere discontinue, precarietà, part-time involontario, bassi salari e periodi di disoccupazione significano minore contribuzione e quindi montanti pensionistici più bassi.

Nel sistema contributivo il rapporto è diretto: salari bassi oggi significano pensioni basse domani. “È un problema che come patronato vediamo concretamente nelle storie previdenziali delle persone – sottolinea Tornieri –. Ogni vuoto contributivo, ogni periodo di lavoro povero e ogni fase di discontinuità rischiano di riflettersi sulla pensione futura. Per chi ha una carriera fragile diventa sempre più difficile costruire un montante sufficiente a garantire un assegno adeguato”.

La previdenza non può quindi essere separata dalla qualità del lavoro, dalla continuità occupazionale e dalla questione salariale. A questa fragilità si aggiunge il progressivo irrigidimento delle condizioni di accesso alla pensione, con la cancellazione di qualsiasi forma di flessibilità – vedi eliminazione di opzione donna o la pensione con le quote.

Da anni il dibattito politico è accompagnato dalla promessa del superamento della legge Fornero. La realtà, però, racconta una direzione differente: i requisiti pensionistici tornano ad aumentare e, contemporaneamente, vengono ridotti i coefficienti attraverso i quali il montante contributivo viene trasformato in pensione.

Non tutti svolgono lo stesso lavoro. Non tutti arrivano alla stessa età nelle medesime condizioni. E non tutti hanno avuto la possibilità di costruire una carriera continua e un montante contributivo adeguato. È questa diversità che un sistema previdenziale dovrebbe essere in grado di riconoscere.

Riaprire una discussione sul sistema previdenziale

Dopo trent’anni serve una discussione nuova. Occorre riaprire una discussione sull’adeguatezza delle pensioni, sulla flessibilità in uscita, sulla tutela delle carriere discontinue e sui meccanismi automatici collegati alla speranza di vita.

“Non si tratta di negare l’esigenza di garantire l’equilibrio del sistema pensionistico – conclude Cigna –. Ma accanto alla sostenibilità finanziaria deve esserci una sostenibilità sociale. Dopo oltre trent’anni dalla riforma del 1995 e dopo anni di promesse sul superamento della legge Fornero, è questa la discussione che il Paese dovrebbe finalmente affrontare”.

Perché vivere più a lungo è una conquista. Ma non può significare automaticamente andare in pensione sempre più tardi e ottenere, a parità di montante contributivo, una pensione più bassa.

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