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Precarietà, part-time involontario, bassi salari. Questi i tratti caratteristici che accomunano lavoratrici e lavoratori occupati nei settori del turismo, del commercio dei servizi. Ma c’è un fattore che li accomuna tutti: quello del lavoro povero. Uomini e donne che, pur lavorando, non arrivano a superare la soglia di retribuzione annua pari o inferiore a 13.950 euro, soglia di povertà salariale individuata dalla letteratura nel 60% della retribuzione mediana, che sale a 14.800 euro per chi ha lavorato almeno dodici settimane nell'anno.
Questa la cruda realtà che emerge sfogliando il Focus sul lavoro povero elaborato dal Centro studi Filcams Cgil. E le più povere in tutti i settori sono le donne. Ovviamente, al Sud e nelle Isole va pure peggio.
Bar, ristoranti, alberghi e lidi marittimi sono i luoghi dove il fenomeno è più diffuso. Una graduatoria? È presto fatta: nel turismo la situazione è più drammatica: circa il 70% di chi lavora nel settore resta sotto la soglia di povertà, percentuale che al Sud e nelle Isole sale oltre l'80%, quattro lavoratori su cinque. Seguono i servizi, dove pulizie, multiservizi e ristorazione collettiva portano l'incidenza a oltre il 50%, anche tra chi lavora con continuità, e il terziario, superiore al 30%.
Se accendiamo un riflettore e guardiamo da vicino nei magazzini della grande distribuzione, o nelle cucine della ristorazione collettiva, o anche nelle corsie degli ospedali e nei corridoi degli uffici, scopriamo che dietro le casse o davanti ai fornelli, con spazzoloni e panni da spolvero in mano, troviamo le donne. Di tutte le età ma spesso avanti negli anni, che fanno i salti mortali per cercare di arrivare, tra un part-time e l’altro, a un numero di ore di lavoro sufficiente per non morire di fame. E magari anche per conciliare il lavoro pagato con quello di cura per la propria famiglia, in assenza quasi totale di servizi pubblici.
Non solo: per le donne l’incidenza del lavoro povero è nettamente maggiore che non per i lavoratori. Insomma, un doppio svantaggio: sono di più e sono pagate meno. Si legge nel Focus: “Considerando il campione ampio (almeno una settimana lavorata) per tutti i settori, si riscontra come la percentuale di dipendenti sotto la soglia di povertà sia del 47,51%, con forti differenze legate al sesso (maschi 40,92% - femmine 52,93%)”.
Ma non tutto il Paese è uguale. Anche in questo caso i divari territoriali si fanno sentire: nel Mezzogiorno l'incidenza del lavoro povero si avvicina al 60% e, nel campione più ampio, coinvolge quasi due lavoratori su tre, contro il dato del Nord-Ovest, che si attesta comunque oltre il 30%. Anche in questo caso, al divario territoriale si somma quello di genere, pari a 18 punti percentuali a livello nazionale e prossimo ai 20 nei servizi, dove le donne in condizione di povertà lavorativa sono il 56,75% contro il 37,25% degli uomini.
Perché questi divari? È presto detto: “Sono i settori del lavoro di cura esternalizzato, del part-time involontario, degli appalti al ribasso, delle notti e dei fine settimana a concentrare in modo sproporzionato l'occupazione femminile, come accade ad Anna, cassiera con un contratto part-time a venti ore, che non riesce a programmare nemmeno una visita medica perché i turni cambiano di settimana in settimana”.
È duro Fabrizio Russo, segretario generale della Filcams Cgil: ''Il part-time involontario è ormai una condizione strutturale che impone salari bassi e una condizione di precarietà costante''. Ma questi dati non sono frutto di un fato cinico e baro. È ancora il segretario generale della categoria a spiegare: “Siamo davanti a una vera e propria emergenza quasi: una persona su due guadagna meno di 15 mila euro l'anno, un dato che rivela scelte organizzative precise, modelli d'impresa tarati sulla compressione del costo del lavoro e un'assenza di presidio contrattuale che dura da troppo tempo. È troppo facile sbandierare numeri e proclami nei contesti pubblici, se poi ai tavoli negoziali si lasciano milioni di lavoratrici e lavoratori senza adeguamenti salariali adeguati al costo della vita".
Ma una novità c’è. Ancora il leader della Filcams: "Cgil Cisl e Uil stanno discutendo con le associazioni datoriali per giungere a un modello contrattuale e di rappresentanza che innovi e garantisca la tenuta dei salari. Il rinnovo dei contratti nazionali resta infatti il primo argine contro il lavoro povero: è da lì che ripartiamo nella prossima stagione contrattuale, che nel 2027 ci vedrà al tavolo per tutto il settore del terziario distributivo e dei servizi, con la responsabilità di restituire dignità e riconoscimento alle persone che rappresentiamo".
Il sindacato fa il sindacato, contratta, propone, innova. Chi sembra latitare è il governo che con l’ennesimo decreto 1° maggio non affronta la questione del lavoro povero e incide negativamente sulla contrattazione.
"Purtroppo, assistiamo sempre più spesso all'assenza della politica: il Parlamento non discute più di lavoro e salari, la successione di decreti-legge ha ormai azzerato il confronto democratico e sta cercando di condizionare in peggio anche la contrattazione'', conclude il segretario generale della Filcams.

























