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I dati

Povera e precaria, l'identikit dell'occupazione italiana

Foto: Marco Merlini
Redazione
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La ricerca della Fondazione Di Vittorio racconta di un Paese che cresce a rallentatore. Scacchetti, Cgil: "A essere penalizzati sono sempre le donne e i giovani"

A ottobre 2022 è stato registrato il più alto tasso di occupazione (60,5%) che però continua a essere contemporaneamente il più basso dell’intera Ue a 27. Qual è, quindi, il reale stato del mercato del lavoro italiano? Lo indaga l’ultima ricerca della Fondazione Di Vittorio. Il rapporto, analizzando alcuni aspetti fondamentali, mette in luce una situazione occupazionale non rosea, così come, invece, è stata raccontata da commenti quasi univoci e trionfalistici.

Sos demografico

Innanzitutto, la Fdv evidenzia che non è la prima volta che gli occupati superano quota 23 milioni (per la precisione, 23 milioni e 231 mila a ottobre 2022). Era già accaduto nel 2018, nel 2019 e nel 2008. L’andamento, quindi, ha recuperato il periodo pre-pandemico, ma è sostanzialmente stazionario. Il tasso di occupazione, secondo quanto emerge dall’analisi, cresce prevalentemente non per l’aumento degli occupati, ma per la drastica diminuzione della popolazione in età di lavoro: gli occupati, rispetto a febbraio 2020, sono +157mila, ma la popolazione in età di lavoro cala di -677mila.

Inoltre, l’occupazione invecchia. Gli occupati over 64, dal 2008 a oggi sono quasi raddoppiati, mentre gli occupati over 50 rappresentano circa il 40% del totale. Il problema demografico, in prospettiva, rischia di divenire drammatico perché le proiezioni di medio periodo (a vent'anni) prevedono un drastico calo della popolazione in età di lavoro.

Lavoro senza qualità

Altro aspetto analizzato, è la qualità dell'occupazione. Tra i circa 23 milioni di occupati del 2008, 2,3 milioni erano tempi determinati e 1,3 milioni part-time involontari; tra i circa 23 milioni di occupati attuali circa 3 milioni sono tempi determinati e 2,7 part-time involontari. Anche per questo, le ore medie lavorate da un occupato dipendente sono inferiori a quelle del 2008 e quasi le stesse del 2019, nonostante l’aumento dell’occupazione registrato a ottobre.

Infine, il tanto enfatizzato tasso di occupazione italiano è il più basso dell’Europa a 27. Il tasso europeo è del 70% (+ 9,7% rispetto all’Italia), quello della Germania supera il 77%, ma perfino Grecia e Spagna e tutti gli altri paesi dell’est europeo hanno tassi superiori al nostro.

Cgil: più crescita meno precarietà

Per il presidente della Fondazione Di Vittorio, Fulvio Fammoni: “Per dare un giudizio realistico sullo stato attuale dell’occupazione italiana non bisogna prendere in considerazione solo il numero totale di occupati o il tasso di occupazione; occorre considerare tutte le sue dinamiche, a partire innanzitutto dall'esponenziale aumento di precarietà e part-time involontario che, come i dati dimostrano, non sono positive, peraltro in un anno, il 2022, in cui l’economia cresce sensibilmente”. 

Secondo la segretaria confederale della Cgil, Tania Scacchetti: “Nel nostro Paese l’occupazione cresce ancora troppo poco, cresce soprattutto per gli occupati over 64, cresce più precaria e povera, continua a penalizzare giovani e donne”. Per la dirigente sindacale “la legge di Bilancio recentemente varata non mette in campo risposte adeguate. Anzi, alcune scelte rappresentano un attacco ai più poveri e aumentano la precarietà con l’allargamento del lavoro occasionale, inoltre riducono le risorse per sanità, scuola e welfare, e incrementano l’iniquità fiscale. Infine, l’assenza di forti condizionalità sugli investimenti rischia di peggiorare un quadro già allarmante”.

“Le strade che si dovrebbe percorrere, anche grazie alle risorse del Pnrr, sono quelle degli investimenti condizionati alla crescita di lavoro di qualità, a partire dai settori pubblici, del contrasto alla precarietà, dell’investimento e della valorizzazione delle competenze dei lavoratori, del diritto alla formazione permanente, delle politiche industriali per garantire una crescita sostenibile e forte. Una strada - conclude la dirigente sindacale - che deve essere percorsa per non aggravare quella crisi demografica che descrive, purtroppo, un Paese in un inesorabile declino”.