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Non si può morire a scuola. La tragedia che ha portato all’uccisione di Abanoub Youssef – studente 18enne dell’istituto Chiodo di La Spezie – e di cui è accusato Zouhaur Atif sta scuotendo il Paese. Questa mattina (19 gennaio) grande tensione davanti all’istituto con ragazze e ragazzi infuriati e, nelle scorse ore, la solita risposta del ministro Valditara e di Meloni. L’unica che sanno dare: quella securitaria. E via vaneggiamenti vari sui metal detector, elenchi di scuole a rischio, inasprimenti del pacchetto sicurezza con le norme anti-coltelli e proposte leghiste “anti-stranieri”. Il tutto mentre la scuola viene costantemente definanziata.
Sul grave episodio è intervenuta anche Gianna Fracassi, segretaria generale Flc Cgil, secondo la quale "il grave fatto avvenuto nella scuola di La Spezia ”scuote profondamente l’intera comunità scolastica e il Paese tutto. Di fronte a una tragedia di questa portata, è necessario aprire una riflessione collettiva sul disagio generazionale che attraversa il Paese e che la scuola pubblica è chiamata quotidianamente ad affrontare, in condizioni sempre più difficili".
"Da anni - prosegue Fracassi - denunciamo il progressivo definanziamento del sistema pubblico di istruzione: tagli agli organici, accorpamenti degli istituti, precarizzazione del lavoro, carichi sempre maggiori su docenti, dirigenti e personale Ata, a fronte di una crescente complessità sociale e educativa. In questo contesto, il lavoro di chi opera nella scuola assume spesso i tratti di eroismo quotidiano, che continua però a non essere riconosciuto né valorizzato, neppure dal punto di vista economico e contrattuale".
Per la dirigente sindacale "servono più insegnanti, più personale Ata, più risorse per affrontare il disagio giovanile. Occorre superare una logica che tende a controllare le studentesse e gli studenti invece di ascoltarli”.
La scuola pubblica, inoltre, “deve essere messa nelle condizioni di svolgere pienamente la propria funzione educativa, inclusiva ed emancipatrice. Non può essere lasciata sola né trasformata in luogo di controllo e repressione. Dare senso a questa tragedia immane significa, per una volta, evitare semplificazioni o scorciatoie politiche".
"Non servono - continua Fracassi - metal detector, classificazioni arbitrarie di 'scuole a rischio', né narrazioni tossiche che richiamano etnie o alimentano paura e stigmatizzazione. Servono politiche strutturali e investimenti. Vorremmo discutere di un grande piano di risorse nella scuola pubblica, del potenziamento degli organici docenti e Ata, del rafforzamento delle sinergie con le altre agenzie pubbliche, dal servizio sanitario ai servizi sociali e dell’introduzione dell’educazione sessuo-affettiva come parte integrante del curriculum scolastico".
"Serve una risposta all’altezza della complessità del presente, che rimetta al centro le adolescenti e gli adolescenti, la scuola e il loro ruolo fondamentale nella società. Una risposta che faccia sentire davvero studentesse e studenti e comunità scolastiche al centro dell’agenda politica e dell’interesse collettivo" conclude Fracassi.
























