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Come si racconta una giornata come il 17 ottobre? Difficile collegare tra loro i puntini delle gigantesche manifestazioni che hanno radunato centinaia di migliaia di persone in Francia, per comporre un’immagine chiara di ciò che sta accadendo. È troppo presto, il movimento si sta ancora aggregando. Ma ci sono alcune immagini che resteranno impresse, come le parole su quei cartelli che ovunque i giovani hanno sbandierato nei cortei, o i canti che riecheggiano nelle piazze: bella ciao, siamo tutti antifascisti, Macron démission, on va la faire cette révolution, la faremo questa rivoluzione.
Per la prima volta i liceali, in Francia ancora quasi tutti minorenni, sono diventati un’unica classe sociale, nonostante le loro differenze sociali. Non vivono nelle stesse condizioni, non frequentano le stesse scuole, non vengono trattati nello stesso modo dalla polizia per via del colore della loro pelle, ma sono in piazza tutti insieme per le stesse rivendicazioni. Fanno fronte unito davanti all’indifferenza e al disprezzo degli adulti. Marciare in mezzo a loro è un’esperienza incredibile, per la forza che trasmettono, per il coraggio, per la vitalità e la gioia. Erano così quasi tutti i cortei che hanno attraversato Parigi, quelli autorizzati e non.
Fin dalle prime ore del mattino Place de la République, luogo di ritrovo della manifestazione parigina, era piena di giovani. Molti avevano risposto all’appello dell’Orchestre du Nouveau Monde, l’orchestra del nuovo mondo, dove si sono ritrovati quattrocento musicisti con i loro strumenti. La musica è un modo potente di unire le persone, fa venire i brividi vedere questi ragazzi e ragazze suonare per sostenere il movimento dei liceali. C’erano tante bandiere tricolore, hanno suonato la Marsigliese, recuperando simboli che sono ormai sottratti e strumentalizzati dall’estrema destra. C’era un’atmosfera di festa, stavano facendo le prove, finché…
Finché la polizia ha chiuso la piazza, già gremita di gente; non lasciavano partire il corteo, non lasciavano entrare nessuno ma soprattutto non lasciavano uscire nessuno. È un metodo noto alle forze dell’ordine, il metodo della nassa, che consiste nell’intrappolare la gente in uno spazio, solitamente una piazza, chiudendo tutti gli accessi. Sparano colpi di mortaio, poi cominciano con i gas lacrimogeni. A quel punto basta un movimento di folla per creare il panico. Mio figlio di diciassette anni ha improvvisamente paura, – qui ci ammazzano tutti – mi dice. Mia figlia di venti, in un altro punto della città, si è fatta inseguire dalla polizia.
Lo scopo è quello di creare tensione per giustificare la repressione. Reprimono la possibilità di esprimere il dissenso, di contestare il sistema, di criticare le istituzioni. Con questi metodi brutali distolgono l’attenzione da rivendicazioni come il diritto allo studio, ad avere una vita decente, dei servizi pubblici efficienti, un clima sopportabile, condizioni senza le quali la società si disintegra, come sta accadendo, e che causa quel malcontento che viene portato nelle piazze. L’orchestra ha continuato a suonare per almeno venti minuti prima di essere costretta a smettere perché non si respirava più, fumi neri avvolgevano la piazza. Hanno aperto i varchi e il corteo ha potuto mettersi in marcia.
Per evitare di essere nassés e gazés, intrappolati e gasati, molti giovani hanno deciso di incontrarsi in luoghi non autorizzati, seguendo una carta interattiva, una sorta di waze delle manifestazioni, che copre tutta la Francia e indica dove ritrovarsi, dove ci sono i blocchi dei gilets jaunes, dove ci sono tafferugli, dove c’è la polizia. Fuori dai percorsi autorizzati, la polizia si sente ancor più legittimata a usare i manganelli, le granate da sgombero, i gas, ci sono i primi feriti, i primi arresti. Così la situazione degenera. Le immagini della guerriglia urbana prendono il sopravvento su quelle decine di migliaia di persone che continuano a sfilare pacificamente. Davanti agli Invalides alcuni poliziotti si sono tolti i caschi, hanno abbassato gli scudi e sono stati applauditi dalla folla.
Di chi è la violenza? Intanto ci sarebbe da fare una distinzione tra la violenza e le degradazioni. Degradazione è bruciare un cassonetto, una macchina della polizia, frantumare una vetrina, ovvero prendersela con le cose. Si possono fare tanti danni, gravi e inaccettabili come incendiare l’edificio storico dell’ufficio del turismo di Lione o l’antico municipio di Limoges. Violenza è prendersela con le persone, in questo caso ancora più scioccante: prendersela con dei minorenni, con dei giovani, picchiarli, ferirli, accecarli, mutilarli.
Come ha detto in un’intervista Édouard Louis, autore del romanzo Farla finita con Eddy Belleguele, non esistono rivoluzioni senza danni collaterali, e di fronte alla totale chiusura di chi governa, siamo costretti a fare la rivoluzione. Firmare petizioni, lanciare appelli non basta a cambiare il mondo. La violenza non esplode all’improvviso, è il riflesso di un’altra violenza, subita da chi viene schiacciato dal potere, oppresso dal razzismo quotidiano, cresciuto in ambienti così degradati da non vedere alcun futuro. Questa è la violenza di cui dovremmo parlare, che andrebbe denunciata, ed è per questo che la gente sta per strada. Mi piace pensare che sia solo un inizio, ce n’est qu’un début…
Chiara Mezzalama è una scrittrice. Vive tra Roma e Parigi, dove insegna
























