Paghe sotto i minimi, orari estenuanti, riposi negati, condizioni stomachevoli. E ancora, ricatti, negazione dei diritti più elementari, alloggi degradanti. Sono le molteplici forme in cui si concretizza il caporalato, un modello che è rimasto lo stesso nell’ultimo decennio, un vero e proprio schema di ordinaria gestione della manodopera e di accumulazione del profitto.
10 anni di 199
A fare un bilancio dell’ultimo decennio di lotta al caporalato e allo sfruttamento è la Flai Cgil, che ha promosso oggi (4 novembre) a Roma il convegno "Dieci anni della legge 199/2016. Contro lo sfruttamento e il caporalato: buone pratiche, criticità, prospettive".
La norma che ha modificato il codice penale, colpendo sia il caporale che il datore che sfrutta la manodopera approfittando dello stato di bisogno, continua a rappresentare un presidio fondamentale per la tutela dei diritti dei lavoratori. Il quadro che emerge dalle più recenti analisi conferma come lo sfruttamento resti ancora una realtà diffusa in agricoltura e in altri comparti produttivi.
Legge di civiltà
“È una legge di civiltà perché contrasta fenomeni abbietti e perché difende prima ancora della dignità del lavoro la dignità umana delle persone – spiega Giovanni Mininni, segretario generale Flai Cgil -. Lo sfruttamento e il caporalato sono un fatto economico perché sono funzionali a un modello di sviluppo che non appartiene solo all’agricoltura ma anche ad altri settori, e non appartiene solo al passato ma alla modernità. Non possiamo parlare di poche mele marce, di poche imprese che sono vittime a loro volta del caporale. La filiera semmai è inversa. Sono le imprese che definiscono la paga di piazza, 20-30 euro, che stabiliscono le regole, l’orario di lavoro, 8, 10, 12 ore, e ingaggiano il caporale. Questo accadeva negli anni Sessanta e succede ancora adesso. La legge 199 è riuscita a cogliere tutto questo”.
Le persone sfruttate in agricoltura vengono ridotte in una forma di schiavitù, risorse da usare fino al limite della resistenza fisica, a volte con conseguenze drammatiche. Come è successo a Paola Clemente, Ioan Puscasu, Soumaila Sacko, Satnam Singh, solo per citare alcune delle vittime che sono diventate simbolo di una ferita collettiva, ciascuno con la propria vicenda carica di sofferenza.
Schiavi e invisibili
“Non è casuale che intorno allo sfruttamento si sia consolidato un lessico specifico – spiega Jean Renè Bilongo, presidente dell’osservatorio Placido Rizzotto -: nuovi schiavi, invisibili, para-schiavitù. Lemmi e lessemi che restituiscono la gravità di condizioni nelle quali la libertà formale del lavoratore può convivere con una sostanziale impossibilità di sottrarsi al ricatto economico, al degrado alloggiativo, alla minaccia di perdere l’unica fonte di sostentamento. La legge n. 199 del 2016 nasce anche dalla necessità di rispondere a questa emergenza, intervenendo su un sistema nel quale la debolezza contrattuale dei lavoratori, la stagionalità delle attività, la frammentazione delle filiere e il bisogno di manodopera possono favorire l’affermazione di pratiche gravemente lesive dei diritti”.
Caratteristica strutturale
Dieci anni dopo, il lavoro sommerso in agricoltura conta 146,5 mila unità, pari al 34,3 per cento del totale. Una piaga che pesa sulle casse dello Stato: tra il 2015 e il 2023, l'evasione tra Irpef, addizionali e contributi ha causato un mancato gettito stimato tra i 6,3 miliardi (calcolati sulle retribuzioni effettive degli irregolari) e i 9,4 miliardi di euro nell'ipotesi di un'emersione totale.
Lo rivela un recente studio dell’Eurispes che descrive la 199 come una norma efficace sul piano repressivo ma non risolutiva: il lavoro irregolare resta una caratteristica strutturale del settore primario. Il tasso di irregolarità delle pratiche ispettive è salito dal 54,2 al 64,8 per cento e il divario retributivo tra irregolari e regolari è del 28 per cento, in calo rispetto al 40 per cento del 2018: un bracciante irregolare percepisce in media 8,10 euro l'ora contro gli 11,30 di un regolare.
Secondo l'elaborazione della Fondazione Metes della Flai, sui dati dell'ispettorato nazionale del lavoro, nel 2025 quasi due ispezioni su tre nel settore hanno fatto emergere irregolarità. Non è una fotografia dell'intera agricoltura, perché si controlla soprattutto dove si sospetta. Ma ci dice che, dove si guarda, qualcosa si trova quasi sempre.
Le criticità
“La 199 è stata una svolta nelle attività di contrasto al caporalato – afferma Giovanni Ferrarese, storico e ricercatore IsMed-Cnr -. Tuttavia permangono alcuni elementi di continuità storica nel fenomeno come per esempio le difficoltà di organizzare linee e momenti di trasporto o le difficoltà di funzionamento del collocamento pubblico”.
Ci sono anche altre criticità, come la parte preventiva della legge, che non ha funzionato. “Le sezioni territoriali della rete del lavoro agricolo di qualità sono ancora troppo poche, poco più della metà – prosegue Mininni della Flai -. Una legge dello Stato può rimanere disattesa dopo dieci anni dall’entrata in vigore?”.
Poi c’è la l’aspetto dell’accoglienza dei migranti: Il Pnrr aveva destinato 200 milioni di euro al superamento dei ghetti dei braccianti, ma gran parte di quei fondi è stata definanziata, “una vergogna assoluta per il nostro Paese” dice ancora Mininni.
“Abbiamo visto che il caporalato oggi è qualcosa di diverso da quello che immaginavamo – spiega Iolanda Rolli, prefetta in pensione, già commissaria straordinaria del governo per l’area di Manfredonia -. Dobbiamo recuperare la consapevolezza, tutta la comunità e i cittadini devono sapere che cosa c’è dietro a quei prodotti che arrivano sulle nostre tavole, perché lo sfruttamento lavorativo e la moderna schiavitù esistono e sono vicini a noi”.






















