È tempo di mondiali, e torna alla mente la Kafala, un sistema di moderna schiavitù che in realtà non è mai scomparso. Kafala in arabo significa “fideiussione”. Nel diritto islamico, è un’istituzione giuridica che serve a monitorare i lavoratori migranti, specialmente in edilizia e nel servizio a domicilio.
Il sistema prevede che un lavoratore straniero abbia uno sponsor (in arabo kafīl), in genere si tratta del datore di lavoro, che ne diviene il tutore legale, come se si trattasse di un minore. Lo sponsor ha il controllo totale sulla mobilità e sui documenti del lavoratore. Che ne diviene così totalmente dipendente.
Legge per la schiavitù
La Kafala è stta per anni legalmente diffusa in Qatar, Kuwait, Libano, Oman, Bahrein, Arabia Saudita e negli Emirati Arabi. Se ne è parlato molto in occasione della costruzione degli futuristici stadi per il mondiale di calcio del 2022, che si è tenuto proprio in Qatar.
Negli ultimi decenni i Paesi arabi affacciati sul Golfo Persico hanno conosciuto una delle più imponenti trasformazioni demografiche della storia contemporanea. In Stati come Qatar, Emirati Arabi Uniti e Kuwait, la crescita economica alimentata dagli idrocarburi ha attirato milioni di lavoratori stranieri, al punto che oggi, in alcuni casi, la popolazione autoctona rappresenta una minoranza nel proprio Paese.
Il caso più emblematico è quello del Qatar, dove circa l'86% dei residenti è di origine straniera. Una presenza composta soprattutto da lavoratori provenienti dal Subcontinente indiano, dalle Filippine e da altri Paesi arabi, che hanno contribuito in maniera decisiva alla costruzione delle infrastrutture, delle città e dei grandi progetti che hanno trasformato il Paese.
Una migrazione pianificata
Contrariamente a quanto avvenuto in altre aree del mondo, l'afflusso di lavoratori migranti nel Golfo non è stato il risultato di dinamiche spontanee o difficilmente governabili. Si è trattato invece di un processo pianificato e promosso dalle stesse classi dirigenti di questi piccoli Stati.
L'enorme disponibilità di risorse derivanti dal petrolio e dal gas naturale ha infatti innescato una crescita urbana senza precedenti. Città come Doha, Dubai, Abu Dhabi e Kuwait City sono state completamente ridisegnate nel giro di pochi decenni, con la costruzione di grattacieli, autostrade, aeroporti, porti e quartieri residenziali.
Uno sviluppo di tali dimensioni sarebbe stato impossibile facendo affidamento esclusivamente sulla popolazione locale, numericamente troppo ridotta per soddisfare il fabbisogno di manodopera richiesto dall'espansione economica.
Il peso dell'edilizia
Ancora oggi una quota significativa dei lavoratori stranieri impiegati nei Paesi del Golfo opera nel settore delle costruzioni. Se negli ultimi anni è cresciuta la presenza di professionisti altamente qualificati nei comparti finanziario, tecnologico e dei servizi, la maggioranza della forza lavoro migrante continua a svolgere mansioni manuali nei cantieri.
Sono stati questi lavoratori a realizzare gran parte delle opere che hanno reso celebri le monarchie del Golfo nel mondo: dai grattacieli di Dubai alle infrastrutture costruite in Qatar in vista dei Mondiali di calcio del 2022.
L'esercito invisibile
La straordinaria presenza di lavoratori migranti ha però generato una situazione singolare. Milioni di persone costituiscono la spina dorsale dell'economia di questi Paesi, pur rimanendo spesso invisibili nel dibattito pubblico e scarsamente rappresentati sul piano politico e sociale. Per decenni il sistema di reclutamento e gestione della manodopera straniera si è basato proprio sul sistema Kafala,
Qatar e Arabia Saudita hanno formalmente abolito la Kafala, ma secondo i sindacati internazionali, si tratta solamente di un rebranding che non cambia la sostanza di uno sfruttamento legalizzato dei lavoratori migranti. Il sistema Kafala resta dunque un'istituzionalizzazione moderna della schiavitù che, secondo il sindacato internazionale degli edili Bwi, si sta diffondendo, sembbene in altre forme, in tutto il mondo.






















