Sono trascorsi 10 anni da quel 23 giugno 2016, giorno in cui gli inglesi decisero di abbandonare il progetto europeo. Lo choc fu forte: il Regno Unito è il primo stato a lasciare l'Unione. Il segnale è potenzialmente devastante: le forze di estrema destra esercitano politiche nazional-populiste e - qualora non bastasse - chiedono al popolo di liberarsi dai lacci burocratici europei. Una tentazione forte per molti altri leader estremisti in Polonia, Ungheria, Repubblica Slovacca, Italia etc.
Al pari dei sindacati e della società civile, l'Unione è nemica dichiarata delle destre estreme. La brexit rappresenta una ferita profonda che ancora non si è rimarginata: ha significato, innanzitutto, una fase di lunga instabilità politica per il Regno Unito. In dieci anni si sono infatti avvicendati ben sei primi ministri al 10 di Downing Street. Una cosa mai successa nel reame.

Ma il prezzo più alto della brexit l'hanno pagato ancora una volta i meno abbienti, le lavoratrici e i lavoratori e, in particolare, i migranti. Brexit, infatti, ha significato meno scambi commerciali e più difficili con l'Ue e con il resto del mondo, una serie di riforme regressive del mercato del lavoro, una nuova ondata di austerità per mano dei governi conservatori che hanno ridotto all'osso la sanità, l'istruzione e i servizi pubblici in generale.

Un prezzo molto alto lo hanno pagato anche i giovani. Proprio quei giovani che si erano spesi in una campagna vivacissima contro l'uscita dall'Unione europea e che poi hanno massicciamente votato contro la brexit. Un prezzo altissimo in termini di precarietà lavorativa (come dimenticare i famigerati contratti a zero ore poi messi al bando dal governo Starmer?) e di politiche restrittive sulla libertà di circolazione che non hanno certamente fatto bene né all'economia né al complesso dei diritti umani.
A dieci anni di distanza, le giovani generazioni non possono che guardare a questo evento come il più violento attacco al sogno dell'Ue che avremmo voluto. Alla brexit infatti sono seguite una pandemia, la guerra in Ucraina, il genocidio di Gaza, il ritorno dei partiti neofascisti con il Parlamento europeo più a destra di sempre, l'attacco degli Stati Uniti nei confronti dell'Iran e le sue violente politiche neocoloniali. Eppure, sembrerebbe assurdo, ma il consenso di Farage e di coloro che la brexit l'hanno voluta aumenta. Un paradosso solo apparente, che si spiega facilmente con la spinta del grave e profondo malcontento degli inglesi che per dieci annu hanno pagato politiche di austerità, tagli draconiani ai servizi pubblici, povertà senza precedenti.

In un qualche modo, al futuro della brexit è legato al futuro dell'Unione europea. O l'Unione europea diventa quel progetto fondato sulla solidarietà, sul lavoro, sul modello sociale europeo e sui diritti umani, oppure rischia di diventare un progetto irrilevante, soprattutto per le giovani generazioni.
E gli ultimi segnali, nel Regno Unito ma non solo, sono inequivocabili: gli elettori puniscono chi pensa di governare promuovendo l'economia della guerra, delle armi, della deregulation, della competitività senza freni e dei diritti. L'insegnamento più profondo che ci lascia la brexit è ancora una volta che o l'Europa è sociale, o non è.

Salvatore Marra, responsabile dell’area Internazionale della Cgil