Le prossime elezioni politiche in Italia sono sempre più vicine, e un vento da destra sembra soffiare sempre più forte, guardando anche agli ultimi risultati elettorali in gran parte dell’Europa. Per capire meglio il fenomeno, la sua strategia comunicativa e i probabili scenari futuri, nel tentativo di scongiurarli, conviene la lettura di questo libro dal titolo Le parole della destra (Einaudi, pp. 208, euro 16), che coinvolge alcuni studiosi e studiose nell’analisi dei termini “tradizione”, “famiglia”, “merito”, “ordine”, “radical-chic”, “libertà”.

Alcuni di questi vocaboli hanno una storia per certi versi trasversale; e a questi, forse, andrebbe aggiunta la parola “sicurezza”. Il volume è curato da Francesco Gallino, storico del pensiero politico presso l’Università di Torino, al quale abbiamo rivolto alcune domande.

In base a quali criteri sono state scelte le parole e i rispettivi autori e autrici?
Un paio di anni fa a Torino abbiamo organizzato un ciclo di incontri all’interno dell’evento “Spiriti del nostro tempo” per un ragionamento collettivo sull’attualità socio-politica, e siamo rimasti colpiti dall’avanzare di una certa retorica di destra, radicale e reazionaria. Così abbiamo pensato di interrogarci sulla capacità di framing di questa destra, invitando studiosi di vario genere, non propriamente politologi. Da qui la scelta delle firme che trovate nel libro.

Sin dal primo dei saggi, “Tradizione”, Alberto Grandi rileva tra l’altro la natura camaleontica di questo termine, negli anni appartenente in forme diverse sia alla destra che alla sinistra. Ce ne sono altri?
Una sorpresa è stata che per quasi tutti i termini sui quali ci siamo trovati a lavorare, in qualche modo il terreno era stato preparato a sinistra. Nella mia breve introduzione porto l’esempio del cuculo, che nasconde le sue uova nel nido di altri uccelli. C’è stata la ricerca del confronto con una certa tradizione preparata dalla sinistra. Penso al ministero guidato oggi da Francesco Lollobrigida che fa leva su un concetto che era già pronto. Oppure prendiamo la parola “ordine”: Ordine Nuovo era il giornale di Antonio Gramsci. O ancora il merito, concetto introdotto dalla sinistra post-comunista negli anni ’90. Un terreno quasi spianato.

Il testo di Rosa Fioravante si occupa proprio di “merito”, entrato d’autorità niente meno che nella definizione del ministero dell’Istruzione. Come è potuto accadere?
A me sembra che, di fatto, anche qui ci troviamo di fronte al caso emblematico di una strana convergenza tra destra e sinistra sulla meritocrazia, un concetto nato quasi distopico, immaginando un futuro alienante, paradossalmente divenuto un’ideologia data quasi per scontata. Oggi è ovvio pensare a un’Italia migliore se ci fosse più meritocrazia; ma si mescolano due cose, confondendo il ricoprire gli incarichi sulla base delle singole capacità con l’allocazione delle risorse, perché il tema non è soltanto l’attribuzione di ruoli, ma anche di risorse.

Risorse sempre più esigue.
Infatti. Il taglio del welfare applicato negli anni non consente più questo, la possibilità di accedere a servizi di base, come la sanità, con uno stipendio decente. Ci troviamo di fronte a una confusione truffaldina, perché è ormai largamente noto che il merito come capacità di farsi strada è una partita truccata, dipendendo da fattori quali la provenienza sociale e culturale, dunque le possibilità economiche disponibili. Prima, con un welfare forte, garantito a tutti, la partita truccata poteva essere accettabile; adesso, di fronte a una sistematica e radicale pauperizzazione della popolazione italiana, si sta usando il merito come legittimazione di questa pauperizzazione.

La parola con cui si conclude il volume è libertà. Come si declina oggi?
Quello della libertà è un tema delicato, per questo la abbiamo affidato a un filosofo come Mirko Alagna che parte dal racconto di una passeggiata con i figli in montagna dove vede una scritta sulla libertà, però contornata da una croce celtica: anche in questo caso, c’è molta confusione. La destra rivendica moltissimo la propria retorica della libertà, del free speech, delle mani libere in economia, ma siamo di fronte a un atteggiamento di lungo corso. Già nell’Ottocento Alexis de Tocqueville scriveva degli economisti liberisti che parlano tanto di libertà economica ma poi alla libertà politica, alla libertà di popolo, non pensano affatto. La libertà di agire, di incidenza collettiva, viene sempre più erosa, basti pensare ai governi dopo la crisi economica del 2008, dediti soltanto all’abbassamento dello spread, con politiche di bilancio per cui non si poteva fare più niente, non si era più liberi in una tradizione liberale.

Cosa è cambiato, dopo quasi vent’anni?
Che ora si rivendica la libertà di insultare chiunque, o altri tipi di libertà illusorie, laddove si dovrebbe ritornare a una comprensione di libertà come pratica ed espressione di qualcosa di collettivo. La libertà di manifestare, di stare insieme, viene gradualmente erosa. Mi viene in mente quel meme che circolava qualche tempo fa: “Se è vietato giocare a pallone nel parco, allora ci droghiamo”, a ben pensarci piuttosto emblematico. D’altronde Thomas Hobbes diceva che la libertà è una buffa cosa, perché è una ma ciascuno la vuole a modo suo.

Ora poi si è aggiunta anche la discussione sulla libertà nel web, o dal web…
Certo. Anche il web è nato carico di promesse di una maggiore libertà, grazie all’aumento dell’informazione e della possibilità di costruire nuove cose insieme. Tutto questo però sta diventando altro, e c’è già chi parla di tecnomonarchia, o di tecnofascismo: sarà interessante vedere cosa succede. D’altronde, poco tempo fa, c’è già stata la chiusura del collettivo “Autistici/Inventati”, che garantiva siti e indirizzi mail protetti. Ci troviamo di fronte a una grossa battaglia tra chi prova a fare concretamente del web una possibilità di libertà, e chi invece lavora verso una fortissima privatizzazione: basti pensare alle app, che pure sono fuori dal web, o alla questione dei dati sensibili. Ormai sappiamo tutti che le maggiori aziende del mondo di oggi commerciano in dati, e non abbiamo ancora visto quelle che saranno le conseguenze. Credo poi un’altra cosa.

Quale?
Ho l’impressione che certi pezzi del web la destra li aveva capiti prima, come dimostra l’affermazione di Afd, lesta nel presidiare le piattaforme di gaming, giochi dai connotati soprattutto razzisti. Il risultato è che Afd è l’unico partito di estrema destra votato da giovani maschi. Ecco, forse una certa destra aveva già capito certe cose.

Nelle pagine introduttive al libro si dice che dietro queste parole non si nasconde soltanto una strategia comunicativa della destra, ma emerge anche quel vuoto lasciato dalla sinistra negli ultimi decenni. Come si può riempire questo vuoto?
Da un lato posso dire che il successo della destra va preso sul serio, non serve a niente concentrarsi sul fatto che chi vota a destra sia ignorante, che non sia colto. Percentualmente è anche vero, ma dire questo non serve a nulla. Si deve prendere atto delle cose, e le possibilità di costruzione di un percorso alternativo ci sono. Anche in Italia esiste un fervore in termini di proposte e di lotte, si deve andare a guardare nel settore giovanile, per usare un linguaggio calcistico, perché non è vero che ci sia un’assenza di idee. Ma bisogna prendere sul serio la sconfitta, perché secondo me durerà per un po’, e bisogna prendersi il tempo e lo spazio per resistere a un periodo che sarà complicato. Qualcosa si muove già, penso alla parte sinistra dei democratici statunitensi, o a quanto sta accadendo in Francia. Bisogna concentrare gli sforzi nell’oggi, per preparare un cambiamento che forse non si vedrà neanche domani. Lo ha dimostrato questa destra estrema, che pochi anni fa partiva praticamente da zero.