"Su Taranto siamo ancora ai preliminari. Non siamo entrati nello specifico, gli stessi vertici di Am Investco ammettono di non avere tutte le informazioni dettagliate''. Così Mirco Rota, coordinatore nazionale Fiom Cgil per la siderurgia, commenta il tavolo di oggi (mercoledì 31 gennaio) sull'Ilva di Taranto: ''Non possiamo chiudere un accordo come se facessimo una scommessa. Le scommesse si fanno a Montecarlo, non sulle vite dei lavoratori e dei tarantini''. Rota ha rimarcato che ''non c'è fretta di chiudere'', ribadendo che la categoria dei metalmeccanici Cgil è "ferma sula linea zero esuberi''.

Avanza dunque a fatica il negoziato sull’Ilva. In questi giorni si stanno tenendo a Roma, al ministero dello Sviluppo economico, i focus specifici sugli stabilimenti: martedì 30 è stato il turno di Taranto, oggi (mercoledì 31) tocca a Genova e nuovamente a Taranto. La tre-giorni si conclude giovedì 1° febbraio, dove si farà il punto su tutti gli impianti italiani. Ma sulla trattativa pesa ancora lo scontro istituzionale tra governo ed enti locali, che va avanti ormai da quasi tre mesi. Lunedì 29 gennaio l’esecutivo ha respinto le modifiche proposte da Regione Puglia e Comune di Taranto al piano ambientale per lo stabilimento tarantino: i ricorsi al Tar degli enti locali quindi restano in piedi, e per ora non s’intravedono margini per una conciliazione.

 

Nell'incontro di martedì 30 tra sindacati, governo (era presente il viceministro Teresa Bellanova) e Arcelor Mittal, la multinazionale "ci ha spiegato – riprende Rota – che il sistema degli approvvigionamenti di materie prime e dei servizi, la locazione degli ordini e delle commesse, le risorse finanziarie, è centralizzato a livello europeo per tutto il gruppo". Questo preoccupa i sindacati, soprattutto “per quanto riguarda la catena dei fornitori locali, sulla quale abbiamo chiesto un chiarimento”. Rota ha rilevato, inoltre, il rischio “che si scateni una concorrenza tra stabilimenti all'interno del gruppo, dove l'unica differenza potrebbe essere fatta dagli investimenti”.

Nel corso del vertice Arcelor Mittal ha illustrato il piano d’integrazione dell’llva  all'interno del gruppo Europa, rivelando che il colosso siderurgico italiano sarà il quarto cluster del continente, con Taranto capofila (che dovrebbe avere un modello organizzativo simile a quello dell’impianto belga di Gand, considerato il più avanzato del gruppo). Passi in avanti vanno fatti anche sulle terziarizzazioni, che riguarderanno numerose attività (come la logistica, la manutenzione dei mezzi, le pulizie): il coordinatore nazionale Fiom Cgil ha sottolineato che resta ancora da capire “la logica con cui decidere le attività da svolgere all'interno del perimetro Ilva e quelle da terziarizzare. Parimenti resta da capire come affrontare alcuni nodi cruciali, a partire dal risanamento ambientale, fino ad arrivare all'occupazione”.

Sulla trattativa, però, aleggiano ancora due questioni irrisolte. La prima è la decisione dell’Antitrust europeo sulla violazione delle leggi per la concorrenza, la cui decisione arriverà a fine marzo. La seconda è il mancato accordo tra governo ed enti locali sul piano ambientale, contenuto nel Dpcm del 29 settembre 2017. Nella tarda serata di lunedì 29 gennaio, infatti, l’esecutivo ha respinto lo schema di accordo sull’Ilva formulato da Regione Puglia e Comune di Taranto. “Non può essere condiviso per motivi di merito e di diritto” hanno spiegato i ministri di Sviluppo economico, Ambiente, Salute e Coesione territoriale, dicendosi invece disponibili a firmare “un accordo di programma con i contenuti del protocollo d'intesa proposto dal governo lo scorso 3 gennaio, con alcune integrazioni sugli aspetti sanitari”.

Entrando nel merito della bocciatura, il governo ha rilevato che l’accettazione dello schema proposto dagli enti locali “presupporrebbe la necessità di una completa rielaborazione del piano industriale, del piano ambientale e della stessa offerta del soggetto aggiudicatario”. Tutto ciò porterebbe, si legge nel comunicato ministeriale, al “conseguente azzeramento del lavoro fin qui fatto, al significativo allungamento dei tempi (anche per l'avvio delle misure di ambientalizzazione quali la copertura dei parchi minerari), all'annullamento degli esiti della gara svolta e al probabile avvio di contenziosi legali con l'acquirente”.

Per il governo, insomma, così si rischierebbe di far saltare l’intera vendita dell’Ilva. Una posizione ribadita oggi (mercoledì 31 gennaio) dal premier Paolo Gentiloni: “Capisco e rispetto il punto di vista del presidente della Regione Puglia e del sindaco di Taranto, ma qui stiamo parlando di un investimento di miliardi che salva 10-15 mila posti di lavoro, prevalentemente al Sud, e investe moltissimi quattrini per bonificare una delle zone più inquinate del Mezzogiorno. Non credo che gli enti locali lavoreranno per far saltare tutto”. Il presidente del Consiglio ha concluso evidenziando di “essere aperto al dialogo, ma tutto possiamo fare tranne che far scappare gli investitori che hanno messo miliardi e miliardi su questo progetto”.

(ultimo aggiornamento ore 13.20)