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Di norma le riduzioni d’orario hanno una contropartita: ore da recuperare in altri giorni, obiettivi di produttività da centrare, permessi maturati da scalare poco alla volta. Quella che Assist Group ha introdotto da giugno si riconosce per ciò che non chiede in cambio.
Assist Group è il gruppo di San Polo d’Enza, nel reggiano, attivo da quasi quarant'anni nei mercati della comunicazione, del marketing e della tecnologia: da giugno tutti i suoi dipendenti sono passati a trentotto ore settimanali, due in meno rispetto a prima, a parità di stipendio. Gli istituti contrattuali e di legge continuano a maturare per intero. Non solo, i permessi per la riduzione dell’orario di lavoro accumulati negli anni non vengono toccati.
La riduzione si concentra in un solo pomeriggio anziché disperdersi in pochi minuti lungo tutti i giorni: un blocco di tempo compatto, abbastanza ampio da poterci costruire qualcosa. A quelle due ore l’azienda ha voluto dare una direzione, a cominciare dal volontariato: tempo per le associazioni del territorio e per quelle reti di solidarietà che reggono spesso sulla disponibilità di poche ore sottratte al lavoro.
La definizione resta però volutamente ampia, perché quelle stesse ore potranno servire alla famiglia, alla cura di una persona cara – un genitore che invecchia, un figlio che cresce – a un impegno nella comunità o, più semplicemente, a recuperare quell’equilibrio tra vita e lavoro che le settimane di oggi tendono a logorare.
Sul senso di quelle ore interviene Gianni Prandi, fondatore del gruppo. “Il benessere delle persone è sempre stato al centro del nostro lavoro e ridurre l’orario a parità di stipendio è il modo più concreto per dirlo – afferma –. Non pensavo però soltanto alla qualità della vita di chi lavora con noi: quelle due ore del venerdì le immagino soprattutto restituite agli altri, al volontariato, alla comunità in cui viviamo. È la stessa idea dell'alveare a cui mi ispiro da sempre: un ecosistema in cui ognuno fa la sua parte per gli altri e ciò che si mette in comune torna a vantaggio di tutti”.
Il punto sta proprio qui: stabilire che il tempo restituito non debba tradursi in qualcosa di misurabile, né essere rendicontato: cambia la natura della misura, che non è un premio legato ai risultati, ma una porzione di settimana che torna al lavoratore, qualunque uso decida di farne.
La scelta si inserisce in un dibattito che negli ultimi anni ha attraversato l’Europa, quello sulla riduzione dell’orario a parità di salario, sperimentata con formule diverse, dalla settimana corta alle uscite anticipate e presentata dai suoi sostenitori come una scommessa sulla produttività prima ancora che sul benessere, nella convinzione che meno ore non significhino necessariamente meno lavoro. Qui la decisione nasce dall’interno dell’azienda, lontano da qualsiasi obbligo di legge e riguarda tutti i dipendenti, senza distinzioni di ruolo o anzianità. Un tempo che ciascuno potrà spendere per qualcuno, riportare dentro la propria casa o, quando serve, lasciare semplicemente vuoto.






















