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Un pacchetto di 16 ore di sciopero. E mercoledì 21 ottobre le prime otto ore. A incrociare le braccia sono i lavoratori della Barilla per l’astensione indetta da Flai Cgil, Fai Cisl e Uila Uil con presidi organizzati fuori dagli stabilimenti in tutta Italia. Chiedono all’azienda di tornare indietro sulla decisione di cedere lo stabilimento di Marcianise, nel Casertano, e dei due mulini di Castelplanio (Ancona) e Altamura (Bari), e di cambiare atteggiamento.
Lo sciopero è stato dichiarato dopo l’incontro che si è tenuto giovedì scorso, 15 ottobre, tra il coordinamento nazionale delle Rsu Barilla e le segreterie nazionali di Fai, Flai e Uila. Il gruppo industriale ha continuato infatti a fare scelte unilaterali che non tengono conto delle richieste sindacali sostenute dai lavoratori nelle assemblee, e continua a compromettere le relazioni.
La cessione
Ma facciamo un passo indietro, per capire la vertenza. Il 18 settembre scorso la multinazionale ha comunicato l'intenzione di cedere il ramo d'azienda che comprende i mulini di Castelplanio e Altamura al gruppo Casillo e lo stabilimento di Marcianise al Pastificio Liguori. Peraltro le proposte di acquisizione erano già in fase di negoziazione avanzata. Contestualmente ha annunciato la realizzazione di un nuovo polo integrato a Foggia con un investimento da 100 milioni di euro, destinato di fatto a sostituire gli attuali impianti.
“Ci aspettavamo segnali concreti per riprendere il confronto senza pregiudiziali, e così non è stato – scrivono in una nota unitaria le organizzazioni sindacali -. Barilla continua nel proprio piano annunciato a metà settembre, senza mostrare alcuna disponibilità. Sembrerebbe, inoltre, che nei prossimi giorni l’azienda potrebbe avviare le procedure di cessione dello stabilimento e dei due mulini”.
Non una semplice operazione
Il fatto è che questa non è una semplice operazione societaria. È una decisione che rischia di incidere profondamente sulla vita di lavoratori, famiglie, interi territori. Che cosa si teme? Che il passaggio da una holding europea qual è il gruppo Barilla a un’azienda di provincia possa cambiare le condizioni di lavoro.
Dietro la preoccupazione per il futuro c’è la legittima richiesta di certezze occupazionali, che non possono essere affidate soltanto alle rassicurazioni di oggi. Le commesse rappresentano una garanzia temporanea, non una risposta definitiva alle domande dei lavoratori: che cosa accadrà dopo? Senza contare che tutto è stato fatto senza il sindacato: le cessioni sono contemplate in un piano industriale, una strategia aziendale di cui non si è discusso e nella quale non sono state coinvolte le organizzazioni dei lavoratori.
Rischio crisi
“A nostro avviso si rischia una vera macelleria sociale che Barilla per ragioni di immagine e di opportunità sembra voler affidare ad altri evitando di assumersi le responsabilità di tale scelta – scrivono Flai Cgil, Fai Cisl e Uila Uil da Castelplanio, dove c’è l’unico stabilimento del gruppo che produce semola integrale e negli anni si è sempre distinto per essere un sito altamente virtuoso e redditizio -. I lavoratori sono preoccupati per la continuità lavorativa viste le precedenti esperienze in territori limitrofi. Nella nostra provincia, e in particolare nel nostro territorio dell’Alta Valle Esina, le situazioni di crisi aziendali hanno portato a chiusure di attività. Anche l’industria alimentare sta subendo molte ristrutturazioni dovute al cambiamento dei gusti dei consumatori e del mercato”.






















