Parla, Navi Pillay. Lo ha sempre fatto, ma nei giorni successivi al conferimento da parte del comitato di Oslo del Premio Nobel per la pace, Navi Pillay ha utilizzato tutte le interviste, i videocollegamenti, i palchi e i podi per parlare. Per spiegare cos’è il diritto internazionale. Per affermare ancora una volta quello che aveva già detto poco più di un anno fa, il 16 settembre del 2025, nella conferenza stampa sulla pubblicazione del rapporto della commissione di esperti sul Territorio Palestinese occupato, da lei presieduta e istituita dal Consiglio per i diritti umani dell’Onu. A Gaza si sta compiendo un genocidio, che anche oggi non si è fermato. E a compiere il genocidio è lo Stato di Israele. Non solo gli individui, ma lo Stato. E la giurista sudafricana non ha tema di ripeterlo, in ognuna delle occasioni pubbliche e mediatiche che le vengono concesse.

D’altro canto, se c’è una dote che Navi Pillay non ha mai perso è quella della determinazione. Non coraggio, una parola che, anzi, ha subito liquidato quando le hanno detto che aveva ricevuto il Premio Nobel. Quale coraggio? Ho fatto quello che dovevo fare… Come per tutta la sua vita. Tra gli avvocati di Nelson Mandela, presidente del Tribunale internazionale ad hoc sul Ruanda che ha riconosciuto il genocidio della popolazione tutsi compiuta dagli hutu. E poi tra i giudici della Corte penale internazionale, poco dopo l’istituzionale del più alto organismo giudiziario penale.

Perché questa necessità di parlare, spiegare, affermare? Perché, in sostanza, questa fretta? Anzitutto, per l’attacco inaudito che l’amministrazione Trump, al potere negli Stati Uniti, sta facendo alla Corte Penale Internazionale, con le sanzioni ai giudici, ai procuratori e alla stessa struttura del tribunale con sede all’Aja. La colpa della CPI è quella di occuparsi del genocidio in atto a Gaza da parte di Israele, e l’amministrazione Trump si comporta come un proxy dell’alleato Netanyahu, esercita pressioni che Tel Aviv non è in grado di esercitare direttamente.

Non c’è, però, solo questa necessità immediata della Nobel Navi Pillay. C’è, credo, la perfetta consapevolezza che il tempo è molto breve. Che questa è, cioè, una fase delicatissima. La più delicata di questi osceni tre anni di genocidio. La disperazione dei palestinesi a Gaza, unita alla possibilità di continuare a vivere in un inferno a cielo aperto e sempre più ristretto (un terzo del territorio rispetto al 2023), costringe ad affrettarsi. Siamo su un crinale difficilissimo: o vince il diritto e la giustizia, oppure vincono i carnefici e i loro alleati.

Non c’è tempo da perdere, fa capire Navi Pillay con i suoi comportamenti. E questo non riguarda solo i giudici, i giuristi e tutti i tecnici della giustizia che lavorano alacremente per portare i responsabili di fronte a un tribunale. Riguarda tutte e tutti noi. E lo sappiamo. Noi lo sappiamo.

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