Lunga e tortuosa è la strada dei diritti, anche quando si cerca di farli valere in tribunale. Succede a Milano nel procedimento che a febbraio scorso ha portato al controllo giudiziario di Foodinho-Glovo con l’accusa di caporalato.

Il pubblico ministero Paolo Storari ha chiesto che il gip, giudice per le indagini preliminari, imponesse alla società di food delivery l'applicazione di contratti di lavoro subordinato per i rider. In sostanza, ha chiesto che venissero assunti. Ma il gip ha respinto l’istanza.

Spetta al tribunale del lavoro

Qual è la motivazione? Nell'ordinanza di rigetto si fa presente che l'inquadramento contrattuale dei rider, tra lavoro autonomo e subordinato, è un tema che deve risolvere il tribunale del lavoro, verificando le singole posizioni, caso per caso, nel corso delle eventuali cause, tenendo conto dei rapporti che talvolta sono anche con più committenti.

E si precisa che molti rider hanno una doppia committenza, cioè lavorano per entrambi i colossi del delivery presenti sul mercato e non tutti lo fanno come attività principale. In pratica, il giudice non può ordinare le assunzioni attraverso l'amministratore giudiziario, di fronte a un quadro che non è univoco.

Rigetto impugnato

La reazione del pubblico ministero non si è fatta attendere. La procura di Milano ha fatto ricorso al tribunale del riesame contro il rigetto del gip alla sua istanza di assunzione a tempo indeterminato. L’udienza per la discussione deve ancora essere fissata.

“Quando la procura di Milano ribadisce la necessità di riconoscere la natura subordinata almeno di quanti svolgono con continuità e assiduità l’attività di rider di Glovo – afferma il Nidil Cgil in una nota -, interviene su questioni che conosciamo bene attraverso anni di rappresentanza e tutela dei lavoratori delle piattaforme. Il punto non è che si possa scegliere quando collegarsi o lavorare contemporaneamente per più piattaforme, ma chi, una volta che si decide di lavorare, organizza concretamente quella prestazione”.

Nell’istanza il pubblico ministero aveva infatti sostenuto che sulla base di un recente decreto del Governo Meloni i rider impiegati vanno qualificati come "lavoratori subordinati" e non autonomi, perché quando ci sono poteri di direzione e controllo opera la presunzione di subordinazione, salvo prova contraria.

Cambiare il modello 

“Va cambiato un modello nel quale le piattaforme organizzano e controllano il lavoro – prosegue il sindacato che rappresenta gli atipici -, continuando a scaricare sui lavoratori rischi e costi propri dell’impresa. È questa la battaglia che portiamo avanti nella rappresentanza quotidiana, nelle vertenze e nel contenzioso giudiziario, nella contrattazione e nel confronto sul recepimento della direttiva europea”.

Sfruttamento del lavoro

Il procedimento presso il tribunale di Milano, che ha portato al controllo giudiziario di Foodinho-Glovo, è partito dagli accertamenti dei carabinieri del nucleo tutela del lavoro, secondo i quali ai ciclofattorini della piattaforma, 40 mila in tutta Italia, sarebbero state corrisposte paghe “sotto la soglia di povertà” e ci sarebbe stato uno sfruttamento del loro lavoro.

Paghe più alte solo sulla carta

In seguito la società ha predisposto un piano per alzare le retribuzioni, con un compenso minimo per consegna portato a tre euro e il minimo orario lordo di 14 euro. Secondo il pm anche con questo nuovo piano proposto Foodinho-Glovo opera in una “situazione di illegalità” sul fronte delle paghe perché, malgrado i compensi siano aumentati, non viene retribuita ancora “circa il 30 per cento dell'attività”. E anzi i contratti non rispettano “la tipologia contrattuale effettiva”, perché i ciclofattorini andrebbero assunti come “lavoratori subordinati”.

“Compensi determinati unilateralmente, cottimo, organizzazione del lavoro e monitoraggio attraverso gli algoritmi sono le criticità alla base delle nostre rivendicazioni e della lotta dei lavoratori del food delivery”, prosegue il Nidil: “Anche diverse pronunce della magistratura, negli ultimi anni, a partire da vertenze sostenute dalla Cgil, hanno riconosciuto la natura subordinata, o comunque etero-organizzata, del rapporto dei rider. Su questi stessi temi abbiamo provato a intervenire attraverso la contrattazione, ma non abbiamo mai registrato una reale apertura da parte delle aziende”.

La direttiva rider

Temi almeno in parte affrontati nello schema di decreto legislativo per il recepimento della direttiva sul lavoro digitale varato a luglio dal Consiglio dei ministri, che ha dato il via alla norma contenente “misure volte a migliorare le condizioni di lavoro e la protezione dei dati personali delle persone che svolgono un lavoro mediante piattaforme”.

“Il testo di recepimento della direttiva europea sulle piattaforme recentemente proposto dal governo, rispetto al quale la Cgil ha espresso forti critiche – conclude la nota del Nidil – dovrebbe intervenire con nettezza introducendo una presunzione di subordinazione, partendo dalle concrete modalità di organizzazione, direzione e controllo della prestazione, anche quando esercitate attraverso sistemi algoritmici, per agevolare realmente e in maniera determinante il lavoratore nella richiesta di riqualificazione del rapporto di lavoro”.