“Nel primo semestre del 2026 le assunzioni nel Lazio si fermano e il lavoro stabile continua ad arretrare. Un quadro che smentisce la narrazione di un tessuto economico e produttivo in buona salute e conferma la fragilità del modello di sviluppo della regione”. Lo comunica in una nota la Cgil di Roma e Lazio sulla base dell’elaborazione dei dati dell’Osservatorio Inps sul mercato del lavoro. Tra gennaio e giugno le assunzioni sono state 471 mila, quasi 26 mila in meno rispetto allo stesso periodo del 2025 (-5,2%).

“A preoccupare è soprattutto la qualità delle nuove assunzioni. Quelle a tempo indeterminato calano e rappresentano meno del 16% del totale, mentre crescono la somministrazione e il lavoro intermittente – sottolinea la Cgil di Roma e Lazio –. Rispetto al primo semestre del 2019, le assunzioni con contratto intermittente sono aumentate dell’87% e quelle in somministrazione del 52%, mentre quelle a tempo indeterminato sono diminuite del 9%. Tra i giovani fino a 29 anni, che sono più di un terzo delle assunzioni, solo l’8,3% è a tempo indeterminato. Il calo attraversa tutto il territorio: rispetto al 2019 la quota di assunzioni stabili è più bassa in tutte e cinque le province, a Roma dal 17,2% al 15,9%, a Frosinone dal 20,2% al 17,1%, a Latina dal 16,0% al 12,1%, a Rieti dal 22,2% al 16,3%, a Viterbo dal 17,9% al 15,3%. Inoltre, il 36,6% delle assunzioni è a part time, quasi la metà (48,3%) di quelle femminili contro il 28,5% di quelle maschili, una condizione che per troppe persone non è una scelta, ma un’imposizione che determina salari insufficienti per vivere”.

“Non ci rassegniamo a un territorio sempre più esausto e a un mondo del lavoro sempre più fragile. Con la Regione Lazio deve proseguire il confronto per cambiare il modello di sviluppo del nostro territorio, a partire dalle tante crisi aziendali e di settore ancora aperte. Ma non basta: anche il governo deve fare la sua parte. Il 20 novembre sarà sciopero generale per cambiare una legge di bilancio sbagliata che non investe sulle politiche di sviluppo e non rilancia le politiche attive del lavoro”, conclude la nota.