In Italia il lavoro domestico è svolto per l’88,7% da donne, ma il 90% degli ingressi autorizzati attraverso il Decreto flussi per queste attività riguarda uomini. È una delle anomalie denunciate dalla Filcams Cgil, che nella Giornata internazionale dell’Assistenza e della Cura del 29 ottobre torna a chiedere il superamento del sistema delle quote per l’ingresso dei lavoratori stranieri e maggiori diritti per colf, badanti e baby sitter.

L’analisi, basata sull’incrocio tra i dati del Ministero del Lavoro e quelli dell’Osservatorio statistico Inps, evidenzia secondo il sindacato le distorsioni di un meccanismo che non risponde alle reali esigenze delle famiglie e favorisce irregolarità e sfruttamento.

Nel 2025 i lavoratori domestici contribuenti sono stati 804.464, in calo del 2,3% rispetto all’anno precedente. La componente delle badanti rappresenta il 51,3% del totale, superando quella delle colf. Si tratta inoltre di un’attività spesso continuativa: circa la metà degli occupati lavora per 50-52 settimane l’anno, soprattutto nell’assistenza agli anziani e alle persone non autosufficienti.

Le anomalie del Decreto flussi

La sproporzione tra la composizione effettiva del settore e le richieste di ingresso è uno degli elementi contestati dalla Filcams. Secondo i dati ministeriali sulle domande di nulla osta presentate nel 2025 e nel 2026 per il lavoro domestico e l’assistenza familiare e sociosanitaria, i flussi subordinati non stagionali attribuiscono al genere maschile il 90% degli ingressi, a fronte di una presenza femminile dell’88,7% tra gli occupati.

Il sindacato segnala anche una mancata corrispondenza tra le cittadinanze dei lavoratori già impiegati nel settore e quelle indicate nelle domande di ingresso. Secondo l’Inps, i lavoratori domestici stranieri provengono soprattutto dall’Europa orientale, che rappresenta il 33,5%, seguita dal Sud America con il 9% e dalle Filippine con il 7,5%.

Le richieste presentate attraverso il Decreto flussi, invece, si concentrerebbero su cittadinanze che non corrispondono alla distribuzione consolidata degli occupati. La stessa amministrazione ministeriale, riferisce la Filcams, avrebbe rilevato domande provenienti da Paesi senza una presenza storica nel settore, con un utilizzo delle quote per il lavoro domestico come canale di ingresso non legato alle effettive necessità di assistenza.

Un’altra anomalia riguarda la distribuzione territoriale delle domande. I lavoratori domestici risultano concentrati soprattutto nel Nord-ovest, con il 30,7%, nel Centro, con il 27,7%, e nel Nord-est, con il 19,9%. Le richieste di nulla osta si addensano invece in alcune regioni diverse da quelle in cui il settore assorbe maggiormente manodopera. La Filcams segnala inoltre il ruolo di intermediari che non appartengono alle organizzazioni sindacali e datoriali storicamente rappresentative del comparto.

Il sindacato contesta anche l’accorpamento ministeriale tra assistenza familiare e assistenza sociosanitaria, che considera indicativo di una scarsa conoscenza delle caratteristiche specifiche del lavoro di cura.

Più tutele per chi lavora nelle famiglie

Accanto alla revisione delle regole sull’immigrazione, la Filcams Cgil chiede un rafforzamento dei diritti di chi lavora nelle case. Le rivendicazioni riguardano retribuzioni eque, riconoscimento della professionalità, sicurezza degli ambienti di lavoro e contrasto alle discriminazioni.

Tra le richieste ci sono anche le indennità di malattia a carico dell’Inps, come per gli altri lavoratori, la parità di accesso alle tutele genitoriali e maggiori protezioni in caso di interruzione del rapporto di lavoro. Nel lavoro domestico, sottolinea il sindacato, attualmente non è previsto l’obbligo di indicare la motivazione del licenziamento.

Le condizioni di chi arriva dall’estero rendono il settore particolarmente esposto al rischio di abusi. Percorsi di ingresso incerti e intermediazioni poco trasparenti possono infatti alimentare il lavoro irregolare e lasciare le persone in una posizione di dipendenza da chi sfrutta il loro bisogno di occupazione.

Per questo la Filcams propone di eliminare il sistema delle quote e introdurre canali stabili di ingresso per la ricerca di lavoro, con il rilascio di permessi di soggiorno in attesa di occupazione e procedure trasparenti affidate a soggetti rappresentativi del settore. Chiede inoltre di regolarizzare le persone già entrate in Italia che sono in cerca di lavoro, sottraendole agli intermediari che possono lucrare sulla loro condizione.

“La cura delle persone non può essere trattata come una variabile amministrativa”, sostiene il sindacato, che chiede di riconoscere piena dignità professionale a chi svolge queste attività e di garantire diritti e contratti adeguati.

Per la Filcams, la tutela del lavoro domestico deve accompagnarsi a un sistema pubblico sociosanitario e di welfare capace di rispondere ai bisogni delle famiglie. Le centinaia di migliaia di persone che ogni giorno assistono bambini, anziani e persone non autosufficienti svolgono infatti una funzione essenziale, in un contesto segnato dalla progressiva privatizzazione dell’assistenza.