Tre scioperi generali in poco più di due settimane. Francia il 5 novembre, Spagna l’11 e Italia il 20. L’Europa del lavoro torna a mobilitarsi contro il carovita, la precarietà, l’austerità e la corsa al riarmo. Un filo rosso che, secondo Salvatore Marra, responsabile delle politiche internazionali della Cgil, unisce le piazze di un continente attraversato da profonde tensioni sociali.
“Lavoratrici, lavoratori, giovani e pensionati non arrivano più alla fine del mese", spiega Marra a Collettiva. Al centro delle proteste ci sono salari, casa, istruzione e servizi pubblici. Ma soprattutto la richiesta di un futuro diverso. “Le piazze si riempiono, in particolare di giovani, perché c’è una mancanza di prospettive future”.
La pace non è un’utopia
A unire le mobilitazioni è anche il rifiuto della guerra e del riarmo, che sottraggono risorse al welfare e all’economia reale. Marra richiama le proteste degli studenti tedeschi contro la reintroduzione della leva obbligatoria: “Non ci rassegniamo alla logica della guerra come unica possibile prospettiva”. E ricorda che il pacifismo è parte integrante dell’identità sindacale: “Non c’è giustizia sociale senza pace duratura”.
La speranza della partecipazione
I segnali di cambiamento arrivano anche dalle urne. In Serbia gli studenti hanno trasformato mesi di protesta in una vittoria elettorale. Un’esperienza che, secondo Marra, smentisce la retorica dei giovani fannulloni e disimpegnati. In Brasile, invece, la riconferma di Lula rappresenta il riscatto di un Paese che ha scelto “la speranza, il futuro, la democrazia, il lavoro”.
La sfida, conclude Marra, è tra un’Europa fortezza, ripiegata sull’austerità e sul riarmo, e un’Europa dei diritti, della pace e della giustizia sociale. Lo sciopero generale del 20 novembre sarà anche un’occasione per rivendicare questa alternativa.























