Con “il Paese che conta” edito da Marsilio, Linda Laura Sabbadini ha provato a spiegare il valore dei numeri, la loro importanza per capire ciò che accade e ideare misure e politiche coerenti con ciò che i dati illustrano. Evidentemente quel volume non è arrivato a Palazzo Chigi, o se è arrivato non è stato compreso.

Sabbadini è una statistica sociale, ed è stata dirigente dell’Istat, definisce la statistica pubblica come “un’infrastruttura della democrazia” perché, come scritto in quarta di copertina della sua ultima fatica editoriale: “Misurare significa riconoscere. E ciò che non si misura, spesso, non esiste nel dibattito pubblico. Non entra nelle agende politiche. Non viene visto, non viene ascoltato. Ho creduto, ogni giorno, che la statistica dovesse essere uno strumento di giustizia, cittadinanza, democrazia”.

Meloni, invece ritiene che anche la statistica pubblica debba essere piegata ai suoi interessi. Nessuna istituzione, in realtà, nella concezione di potere (non di governo) meloniano può essere autonoma. Ogni istituzione, a cominciare dalla magistratura, deve essere sottoposta all’esecutivo, e deve “attuare” le politiche volute da Palazzo Chigi. È questo il vulnus democratico e costituzionale che rende praticamente impossibile il confronto. La Carta del ’48 nata dalla Resistenza, è fondata sull’antifascismo, sul bilanciamento dei poteri, sull’autonomia delle istituzioni. Attaccare le istituzioni, anche l’Istat, dunque è un pericolo per la democrazia. Linda Laura Sabbadini spiega a Collettiva il perché.

Quanto è importante nella vita pubblica di un Paese avere statistiche su cui ragionare e pensare le politiche?

La statistica pubblica è proprio un'infrastruttura della democrazia. È un bene pubblico. Una delle questioni fondamentali è che è necessario avere istituzioni super partes che producano dati di base sociali, economici, ambientali in modo che tutti, opposizioni e governi, possano utilizzarli al fine di migliorare la condizione del Paese. Questo significa però che c'è bisogno di avere rispetto nei confronti di chi quei dati produce, perché la qualità dei dati che vengono prodotti dall'Istat dipende dalla fiducia che gli stessi cittadini hanno nell'istituzione stessa. Se i cittadini cominciano ad avere poca fiducia in questa istituzione perché derisa, attaccata dal governo o dall’opposizione, si crea un clima di sfiducia che porta i cittadini e le cittadine stessi ad essere meno disponibili a partecipare alle rilevazioni, conseguentemente porta una diminuzione della qualità dei risultati. Quindi è interesse di tutti all’interno di una democrazia, garantire che questa istituzione rimanga super partes e sia forte, tanto più che siamo in una fase in cui le fake news e i fake numbers ci stanno invadendo. Avere un pilastro di produzione e statistiche ufficiali è assolutamente fondamentale, essenziale per una democrazia.

Leggi anche

Il governo ha sempre magnificato i dati dell’Istat sull'occupazione, adesso critica la stessa Istat per i dati sull'andamento economico del Paese. Questa oscillazione di giudizio non ha un po' il sapore di chi vuole sottomettere tutte le istituzioni del Paese - dalla magistratura all’Istat - al potere esecutivo?

Capisco che ci possa essere delusione per non aver raggiunto un obiettivo che sembrava essere molto vicino e che sarebbe stato positivo per il Paese. Non è però pensabile andare alla ricerca di un capro espiatorio, né tantomeno è pensabile che una presidente del Consiglio si possa mettere a discutere di una metodologia che riguarda un istituto di statistica concordata a livello internazionale e definita per tutti i Paesi nello stesso modo a livello europeo con Eurostat. Ora, per evitare lo sforamento del 3% nel rapporto deficit-Pil aveva bisogno non solo che ci fosse una revisione dei dati che erano stati diffusi ad aprile sulla crescita del Pil; ma era necessaria anche una revisione a ribasso del disavanzo. Il presidente dell’Istat l’aveva detto in audizione in Parlamento: “Guardate che per andare sotto al 3% c'è bisogno di tagliare le spese di 3 miliardi”.

In realtà questa riduzione non è stata fatta, anzi le spese sono incrementate di 355 milioni. Non è utile al Paese che la presidente si metta a fare la tecnica in televisione, nel momento di massimo ascolto, snocciolando cifre incomprensibili per i non addetti. È chiaro che stiamo in campagna elettorale ormai aperta e qualunque cosa vada nel senso di portare acqua al proprio mulino va bene; al contrario si critica tutto ciò che non risponde ai propri desiderata. La verità è che i dati scomodi o comodi devono andare sempre bene quando provengono da statistiche ufficiali. Comunque, vanno analizzati scientificamente e non politicamente. Esistono istituzioni che devono essere rispettate: purtroppo nei giorni scorsi questo rispetto non c'è stato, i toni irrisori non si possono utilizzare. Per di più nei confronti di un’istituzione che è stata ridotta al lumicino da tagli incomprensibili. Tanti tagli mentre ci sarebbe bisogno di un forte sostegno in una fase in cui dilagano – ripeto - fake news e fake numbers.

Infine, che cosa accade negli altri Paesi? Questo presidio di democrazia che è l'Istituto di statistica viene lasciato libero e autonomo, ad esempio, negli Stati Uniti?

Negli Stati Uniti è successa una cosa grave. In agosto dell’anno scorso successe che Trump decise di licenziare la direttrice del Bureau of Labor Statistics. Ricordo che negli Stati Uniti non esiste un istituto di statistica centralizzato, esistono istituti di statistica settore per settore, ed è successo esattamente ciò che accade qui. Da noi l’Istat è stato attaccato perché ad aprile ha fornito un dato provvisorio, poi corretto ieri. Non è un errore dell’Istituto, la scelta di anticipare dati delle rilevazioni più importanti per mettere in condizione gli operatori del settore economico di avere prime stime più tempestive è una scelta fatta da tutti a livello internazionale. Le prime stime più tempestive, per definizione, non sono fatte sul complesso dei dati disponibili, ma su una parte. Per questo poi a distanza di qualche mese si fornisce il dato definitivo aggiornandolo. La stessa cosa è successa in negli Stati Uniti, ad agosto dell’anno scorso il Bureau of Labor Statistics aveva fornito i dati sul numero di occupati e poi a distanza di tempo ha operato una correzione. La rilevazione definitiva attesta che l’incremento di occupazione era risultato più basso di quello iniziale. Trump, avendo visto questo ridimensionamento dell’incremento di occupazione, ha licenziato la direttrice dicendo che aveva manipolato i dati. Al suo posto nominò un economista trumpiano, molto schierato, non adeguato a svolgere un ruolo super partes, come deve essere quello di un istituto di statistica. La sua nomina è stata bocciata dal parlamento statunitense.

Trump è stato costretto a sostituirlo, al suo posto ha nominato un componente dello stesso Bureau of Labor Statistics. La nuova nomina, quindi, ha superato positivamente il vaglio del Parlamento. Insomma, chi dirige una istituzione così importante deve essere riconosciuto sia da maggioranza che da opposizione. In ogni caso la direttrice rimossa non è tornata al proprio posto, ma – per fortuna – al di là dell’oceano c'è stata una reazione in difesa della democrazia.

In Russia i problemi sono analoghi, anzi più gravi perché in quel Paese non c’è democrazia. Le statistiche sulla mortalità differenziata per sesso ed età non vengono più fornite perché la mortalità dei giovani è ovviamente in aumento a causa della guerra, ma Putin non vuole che sia visibile. Insomma, senza o con scarsa democrazia si tende a nascondere o a volere che i dati non vengano diffusi o vengano cambiati. E questo, appunto, è sintomo di mancanza di democrazia.

Leggi anche