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L’emigrazione è (quasi) sempre una questione di soldi. Una regola quanto mai banale che sembra riguardare anche il fenomeno dei giovani expat italiani, sempre più qualificati, laureati e specializzati. La stragrande maggioranza di loro (83%) tornerebbe infatti in Italia in cambio di una retribuzione più alta. È solo il dato più eclatante emerso dall’indagine promossa dal Cnel, Giovani Expat. Come farli tornare.
L'indagine, realizzata da Ref Ricerche con Questlab, ha raccolto oltre 2.500 risposte (di cui 1.803 utilizzate in questo Rapporto). Attraverso i canali universitari o dell’associazionismo, sono stati interpellati i giovani nella fascia d’età 18-34 che hanno lasciato l’Italia. Le loro risposte tracciano un bilancio generazionale.
Un esodo sempre più qualificato
Nove su dieci (il 93%) hanno un titolo universitario. Prevalgono i possessori di laurea magistrale (45%), seguiti da chi ha conseguito un master (22%), da chi si è fermato alla triennale (14%) e da chi ha un dottorato (12%). Più di metà del campione (58%) ha fatto le valigie subito dopo la fine del percorso di studi, senza alcuna esperienza di lavoro in patria. L'Europa resta di gran lunga la destinazione principale e ospita l'87% degli intervistati: sei su dieci risiedono in uno Stato dell'Unione europea, il 27% oltre i confini comunitari. Il Nord America ne accoglie l'8,5%.
Tra i fattori che potrebbero riportarli a casa, nessuno pesa quanto buste paga sensibilmente più alte. Vengono poi, a distanza, le agevolazioni per chi rientra (75%) e un migliore equilibrio tra tempo di lavoro e vita privata (72%). In fondo alla lista si collocano la casa a costi sostenibili (63%) e l'efficienza dei servizi pubblici (62%), cioè proprio i terreni su cui lo Stato e gli enti locali potrebbero agire più direttamente.
Un divario che si allarga
I risultati del sondaggio si inseriscono nell'analisi statistica del Cnel, che descrive un esodo generazionale senza precedenti. Dal 2011 al 2024, sottratti i rientri, il Paese ha perso 441 mila persone tra i 18 e i 34 anni. Nel solo 2024 il saldo negativo ha toccato il massimo storico, superando le 61 mila unità. Per ogni giovane proveniente da un Paese avanzato che si stabilisce in Italia, ne escono 14,5 italiani, mentre nelle altre maggiori economie europee arrivi e partenze quasi si compensano. La formazione di chi è andato via vale, secondo le stime, 159,5 miliardi di euro nell'arco 2011-2024, ovvero circa 16 miliardi annui alla luce delle dinamiche più recenti.
Se guardiamo alla tendenza di lungo periodo, i 18-34enni residenti in Italia sono scesi da 15,2 milioni (1994) a 10,4 milioni (2025). Ma senza l'immigrazione sarebbero 8,4 milioni. Le donne rappresentano il 48% degli expat. Le laureate emigrate superano i laureati quasi ovunque, e il divario si allarga verso Sud, fino a quasi 10 punti. Le giovani - vuole spiegarci il Rapporto - vanno all'estero a cercare la parità che in Italia viene loro negata. Se si calcola per luogo di nascita anziché di residenza, le uscite attribuite al Nord calano del 27%. Molti emigrati all’estero dal Nord sono in realtà giovani meridionali già trasferiti nel Settentrione.
Il problema salariale
Dalla Generazione X in poi, gli italiani hanno in comune un'attività involontaria: diventano sempre più poveri. È un dato ormai entrato nella nostra coscienza da anni, ma quando arrivano gli studi e le cifre a renderlo nitido, in numeri in grassetto, la consapevolezza si fa più acuta. Se alla fotografia scattata dal Cnel affianchiamo i dati Ocse ed Eurostat relativi al periodo compreso tra il 1991 e il 2025, ci accorgiamo che l'Italia è l'unica tra le principali economie europee ad aver registrato una diminuzione dei salari reali medi (-2,9%). Nello stesso arco temporale la Spagna ha aumentato le retribuzioni del 12,5%, superando il nostro Paese, mentre Germania e Francia hanno fatto segnare incrementi superiori al 30%, rispettivamente del 35% e del 33%.
Il divario emerge anche osservando gli stipendi medi annui lordi. Nel 2025 un lavoratore italiano percepisce in media 34 mila euro, contro i 54 mila della Germania e i 44 mila della Francia. Anche la Spagna, con 35 mila euro, ha ormai superato l'Italia. Un ribaltamento rispetto al 1991, quando il nostro Paese vantava ancora un vantaggio retributivo sia nei confronti della Francia sia della Spagna, mentre il distacco dalla Germania era decisamente più contenuto.
Le difficoltà e l’emigrazione dei giovani sono insomma la conseguenza di un ritardo italiano ormai storico, e sempre più ampio.






















