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Scuola

Tutti in classe. Siamo «sicuri»?

Roma, Istituto agrario G.Garibaldi
Foto: Simona Caleo
Stefano Iucci
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La Flc Cgil chiede al governo di riconsiderare il rientro al 100% a partire dal 26 aprile. Occorrono interventi su trasporti, classi pollaio e tracciamento dei contagi. Necessario anche riprendere la campagna di vaccinazione del personale e aggiornare i protocolli di sicurezza

Crescono i dubbi sull’opportunità di una riapertura integrale in presenza delle scuole a partire dal 26 aprile. Né l’incontro che si è svolto ieri (19 aprile) tra i sindacati e il ministro Bianchi sembra aver sciolto le perplessità. Molto netto nel suo giudizio Francesco Sinopoli, segretario generale della Flc Cgil: “Ci troviamo davanti a un atto di volontà politica non supportato da condizioni reali”. Per il sindacalista, dunque, “prima di decidere la riapertura al 100% in presenza bisogna riprendere subito la campagna di vaccinazione, rinnovare i protocolli di sicurezza, effettuare tracciamenti, anche a campione, valutare i dati dei vaccinati, ancora non disponibili. In caso contrario non c’è alcuna garanzia per studenti e personale scolastico”. Di qui la richiesta che “il Governo rivaluti la scelta per la ripresa attività scolastiche in presenza al 100% dal 26 aprile prossimo e lavori concretamente per raggiungere l’obiettivo in sicurezza”.

Sono d’altro canto i numeri a parlare. Ogni giorno il sistema scuola muove – tra studenti, genitori e lavoratori – 15 milioni di persone. Rispetto a questa mole, e in assenza di misure e investimenti predisposti negli ultimi mesi, è accettabile parlare di “rischio ragionato” nel prospettare un ritorno generalizzato in aula nelle regioni in zona gialle e arancione? Se è vero che la politica non è scienza esatta e che ogni decisione presuppone una qualche percentuale di “rischio”, qual è la soglia accettabile per questo stesso rischio?

Sono interrogativi che nel paese, sui media, si moltiplicano in questi giorni di “vigilia”; interrogativi tanto più pregnanti, proprio perché a nessuno sfugge l’importanza di tornare in classe, visto che i forti limiti della dad sono ormai stranoti. Secondo un monitoraggio Save the children-Ipsos il 28% degli adolescenti dichiara che dall’inizio della pandemia almeno un compagno di classe ha smesso di frequentare. Nessuno sottovaluta la drammaticità di questi dati. Il punto però è capire se si è nelle condizioni di riaprire fisicamente tutte le scuole tenendo insieme diritto all’istruzione e diritto alla salute per tutta la comunità educante. 

Recentemente, Agostino Miozzo, consulente del ministero dell'Istruzione, ha ricordato i tre pilastri su cui si gioca la sicurezza a scuola e “sui quali insisteremo sino alla noia: distanziamento, igiene e mascherine dal 6 anni in su obbligatorie anche se seduti al banco. Laddove è possibile poi si faccia scuola all'aperto, si usino parchi e campi sportivi”. 

Difficile però pensare che la scuola sia oggi in grado di garantire un livello di sicurezza accettabile in piena pandemia. Basti un solo esempio, quello delle classi pollaio. Davvero si può credere che nelle aule sovraffollate di tantissimi istituti italiani – un male che viene da lontano, ben precedente all’emergenza sanitaria – sia possibile assicurare il distanziamento di un metro che dovrebbe servire a evitare i contagi e che qualcuno, con la diffusione delle varianti, giudica persino insufficiente? E sono sufficienti alle scuole per aumentare in modo significativo il livello di sicurezza i circa 18.000 euro arrivati col decreto Sostegni, forse l’unica novità da settembre a oggi? 

Per tutte queste ragioni il “rischio ragionato” di cui ha parlato Draghi non basta a dare tranquillità e garanzie al personale e agli alunni. Difficile dar loro torto: nonostante i problemi sul campo siamo ben conosciuti – e risalgano a ben prima della pandemia – nulla è stato fatto per porvi rimedio: nessun potenziamento dei trasporti, nessun investimento sulla sanità scolastica, nessun dato sicuro sul contagio nelle scuole. 

Cosa fare dunque? La Flc Cgil pone anche l’accento sulla richiesta “dell’immediata ripresa delle vaccinazioni al personale scolastico” e sulla necessità di ottenere i dati relativi alla quantità di personale vaccinato, “e se con prima o seconda dose”. Occorrono poi anche quei “provvedimenti che da mesi riproponiamo alla politica, come l’aggiornamento dei protocolli di sicurezza, che sono fermi all'estate del 2020 e l’attivazione di un'efficace azione di tracciamento con tamponi in via prioritaria per la scuola".

Imprescindibile poi "potenziare i trasporti (che sono il luogo dove le persone che frequentano la scuola corrono i rischi maggiori di contagio) e consentire che le scuole – supportate dagli uffici scolastici regionali, e non più costrette a seguire le discutibili decisioni delle Regioni e/o delle Prefetture – possano auto organizzarsi circa gli orari di ingresso e d'uscita, la durata delle lezioni e quant'altro occorra per garantire il lavoro e le lezioni in sicurezza”.

Ma le questioni di affrontare non finiscono qui. Oltre agli investimenti sulle infrastrutture, c’è da fare un ragionamento serio sul potenziamento e la stabilizzazione degli organici, soprattutto in vista del prossimo anno scolastico, quando l’esigenza del distanziamento in classe non sarà certamente finita. E qui la situazione non è rosea, a partire dal fronte concorsuale: le prove ordinarie non sono ancora partite, mentre per quanto riguarda il concorso straordinario (32.000 i posti disponibili nelle superiori) che si è svolto in piena pandemia le correzioni delle prove non sono neanche a metà dell’opera e dunque non c’è stata ancora nessuna immissione in ruolo. In queste condizioni, e se non si porrà presto rimedio, i sindacati stimano per il prossimo anno un numero record di supplenze che dovrebbero arrivare a quota 200.000.

Unica “consolazione” su questo fronte, l’impegno del ministro a mantenere l’organico covid. Una decisione positiva, frutto delle pressioni dei sindacati ma che certamente non basta a risolvere la questioni annose della carenza degli organici e di un sistema di reclutamento che fa acqua da tutte le parti. Pochi insegnanti, molte graduatorie esaurite e tanti precari non sarebbero un segnale incoraggiante per un anno scolastico – il prossimo – che presenterà ancora tante difficoltà. Insomma, c'è molto da lavorare perché il percorso avviato a metà marzo per un Patto per l'istruzione e la formazione porti risultati sia nell'affrontare l'emergenza sia nel disegnare la scuola del futuro.

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