Dal primo maggio prenderà avvio l’applicazione provvisoria dell’accordo commerciale tra Unione europea e Mercosur. Nello stesso tempo, si fanno sempre più concreti i contorni di un’intesa con gli Stati Uniti, in un contesto segnato dal ritorno di Donald Trump, che rischia di ridefinire profondamente le priorità economiche, energetiche e regolatorie del continente.

Questi due accordi, letti insieme, segnalano un cambio di paradigma: l’Europa non si propone più come spazio politico capace di orientare la globalizzazione secondo principi di sostenibilità, diritti e democrazia, ma come mercato da aprire e mettere a disposizione degli attori economici più forti.

Eliminazione dei dazi

L’accordo con il Mercosur, sostenuto dalla commissione europea e approvato dalle capitali Ue lo scorso gennaio, prevede l’eliminazione dei dazi sulla maggior parte delle merci scambiate tra le due aree. Bruxelles parla di opportunità per imprese, crescita e occupazione, mentre assicura che i settori agricoli sensibili saranno protetti da misure di salvaguardia.

Bassi standard ambientai e sociali

Al centro delle critiche non c’è solo la concorrenza commerciale, ma un modello di integrazione economica che incentiva produzioni a basso costo spesso associate a standard ambientali e sociali inferiori. L’apertura del mercato europeo a queste merci rischia di accelerare una corsa al ribasso, in cui i diritti del lavoro, dell’ambiente, dei consumatori vengono percepiti come ostacoli alla competitività anziché come pilastri del modello europeo.

I pericoli dell’accordo con gli Usa

Parallelamente, il nuovo accordo commerciale con gli Stati Uniti di Trump, che potrebbe essere approvato dal Parlamento europeo entro la settimana, si muove in una direzione ancora più preoccupante. In nome della stabilità commerciale e della fine delle tensioni tariffarie, l’Europa si impegnerebbe ad acquistare enormi quantità di energia fossile americana, gas liquefatto, petrolio e tecnologie nucleari, per un valore stimato di 750 miliardi di dollari in tre anni.

Gli investimenti necessari per importare e distribuire queste risorse vincolerebbero il continente per anni a un modello fossile, ritardando lo sviluppo delle rinnovabili e aumentando i costi energetici.

Saccheggio regolatorio

Non solo. Tra le concessioni discusse emergono l’allentamento degli standard di sicurezza automobilistica, la riduzione delle tutele alimentari, il ridimensionamento di normative come la direttiva sulla due diligence delle imprese (Csddd) e l’impossibilità di limitare il potere delle big tech statunitensi.

Il rischio, anche in questo caso, è quello di un vero e proprio saccheggio regolatorio, in cui vengono progressivamente smantellate quelle norme che, pur rappresentando un costo per le imprese, costituiscono la principale tutela per cittadini e lavoratori.

Deficit democratico

Il tratto forse più grave di entrambe le vicende è il deficit democratico. L’applicazione provvisoria dell’accordo Mercosur avviene prima della conclusione del processo di ratifica e mentre è ancora pendente un giudizio della Corte di giustizia Ue sulla sua compatibilità con il diritto europeo. Sul fronte statunitense, i negoziati procedono senza un mandato chiaro degli Stati membri, senza trasparenza e senza un reale coinvolgimento del Parlamento europeo. Decisioni con impatti enormi su economia, ambiente e società vengono così sottratte al controllo democratico.

Tramonto di un modello

È proprio questa la differenza europea che oggi sembra essere messa in discussione. Per decenni l’Unione ha rappresentato un modello alternativo al liberismo deregolato: un’economia di mercato temperata da diritti sociali, standard ambientali avanzati e una forte protezione dei consumatori. Rinunciare a questi elementi significa non solo indebolire il tessuto sociale europeo, ma anche perdere credibilità come attore globale impegnato nella lotta al cambiamento climatico e nella difesa dei diritti umani.

Questione politica

Di fronte a questa deriva, la questione non è solo economica, ma profondamente politica. Si tratta di decidere se l’Europa vuole continuare a essere un progetto democratico capace di governare i mercati, o se intende ridursi a uno spazio economico plasmato dagli interessi di pochi grandi gruppi transnazionali. A loro la scelta oggi, a noi il voto domani.

Monica Di Sisto è giornalista e responsabile dell’Osservatorio su clima e commercio Fairwatch