La lettera aperta inviata dalla segretaria generale della Confederazione europea dei sindacati, Esther Lynch, alla comunità LGBTQIA+ all’indomani del tragico attacco subito durante il Pride berlinese per mano di un estremista islamico, riveste grande importanza: il sindacato europeo e i suoi affiliati ribadiscono cosi, in un momento tanto drammatico, che “la soluzione è rappresentata da più pride e non da meno pride”.

E ancora che “il movimento sindacale nella sua interezza continuerà a difendere i principi di rispetto, sicurezza e uguale trattamento delle lavoratrici e dei lavoratori a prescindere dalle caratteristiche di ogni persona”; in più, si sollecitano “i governi e le organizzazioni imprenditoriali a proteggere le persone LGBTQIA+ dalla violenza e dalle discriminazioni fuori e dentro i posti di lavoro”, collocando ancora una volta il movimento delle lavoratrici e dei lavoratori in prima fila nella difesa dei diritti e nel contrasto alle discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere.

Una reazione di altissimo livello che marca la distanza con la bieca strumentalizzazione di cui si è resa ancora una volta responsabile l’estrema destra nel nostro Paese e in Europa: stiamo parlando della stessa destra che vorrebbe cancellare qualunque diritto delle persone gay, lesbiche, transgender e addirittura usa l’odio contro la comunità LGBT+ come strumento di propaganda in grado di intercettare i peggiori istinti del proprio elettorato.

Oggi, però, tenta di mettere in campo un vergognoso, ignobile sciacallaggio dopo i fatti di Berlino e cerca di impartire lezioni al movimento LGBTQIA+ stigmatizzando il fatto che nel corso dei Pride si è voluto dare risalto alla causa del popolo palestinese e alla condanna del genocidio in atto a Gaza.

La gran parte della comunità e del movimento LGBTQIA+ è giustamente schierata - in chiave intersezionale - contro il razzismo e a difesa dei principi di uguaglianza tra le persone a prescindere da religione, etnia e caratteristiche individuali: la destra estrema tenta di presentare la difesa di questi principi come una colpa tentando di validare il sillogismo per cui l’integralismo islamico odia le persone LGBTQIA+ e quindi quella comunità dovrebbe prendere le distanze da tutte le persone di religione musulmana: sillogismo che si basa, ovviamente, su una premessa minore non detta, cioè che tutto il mondo islamico sia attraversato dal fondamentalismo. Che sarebbe come sostenere che tutti i cristiani si rifanno al suprematismo bianco e sono responsabili dei suoi crimini.

Non può dimenticarsi che il movimento e la comunità, nelle loro origini e nei loro sviluppi concettuali, si sono sempre ispirati ai principi di laicità dello Stato, contro ogni forma di fondamentalismo. E, d’altro canto, tutte le religioni monoteiste sono caratterizzate, salvo rare eccezioni, dalla condanna delle persone gay, lesbiche e trans.

Il rifiuto del fondamentalismo religioso e la battaglia per la laicità dello Stato non devono conoscere arretramenti. Allo stesso tempo il diritto dei popoli ad autodeterminarsi non può venir meno sulla base dell’appartenenza religiosa di quel popolo o del fondamentalismo dei suoi governanti.

Oggi si assiste a un tentativo di allontanare la comunità gay lesbica e trans dalla causa del popolo palestinese o di quello iraniano, con la bislacca argomentazione per la quale “Hamas e gli Ayatollah, se potessero, decapiterebbero tutte le persone LGBT+” : quasi a voler suggerire a queste ultime un ragionamento del tipo “Chi ti governa la pensa così? Meriti lo sterminio”.

Analogamente, in questi giorni, i media filo-governativi hanno fatto circolare sondaggi - senza chiarirne la fonte - secondo i quali la comunità LGBTQIA+ si starebbe spostando a destra perché la sinistra non ha sufficientemente in odio le persone migranti di religione islamica: un tentativo, ancora una volta, di avallare l’assioma per cui islamico equivale a islamista e di iscrivere la comunità e il movimento a una delle opposte tifoserie invitandola a scegliere quella delle due che la massacrerebbe con più gentilezza.

Sandro Gallittu, responsabile dell'ufficio Nuovi diritti della Cgil nazionale