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Salute

Universale e pubblica

Gli infermieri di Piacenza: invertite la rotta o siamo costretti a fermarci
Foto: Foto di © Sintesi
Roberta Lisi
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L'Italia ha vissuto un grande stress contro il Covid. Ha retto meglio di altri Paesi, ma se ci si ammala di altre patologie il sistema riesce a farsene carico? Un viaggio nella sanità di Sardegna e Lombardia

La sanità italiana ha vissuto un grande stress negli ultimi mesi. Ha retto meglio, molto meglio che in altri Paesi, ma sotto gli occhi di tutti ci sono limiti e problemi. I mesi estivi sarebbero dovuti servire a cominciare a tappare le falle, è stato davvero così? E poi certo, il virus non solo non ha lasciato il nostro territorio, ma proprio in questi giorni sta rialzando la testa e si diffonde rapidamente: anche se, fortunatamente, aumentano i contagiati ma proprio grazie al servizio sanitario nazionale vengono riconosciuti tempestivamente, trattati e il numero di malati gravi è limitato. Ma ci si ammala anche di altre patologie, riesce il sistema a farsene carico e a dare risposte adeguate? Viaggeremo in due regioni per capire come va.

Durante la prima ondata di Covid-19 la Sardegna si è scoperta fragile, molto più fragile di altre regioni. In questo viaggio ci accompagna Roberta Gessa, segretaria generale della Fp Cgil regionale che racconta: “Il virus circolava da ben prima il 10 marzo, giorno in cui si è registrato il primo caso, da quel momento è stata una rincorsa disorganizzata. Sono stati istituiti due centri Covid (poi aumentati a tre), uno a Sassari e uno a Cagliari, ma solo quello del capoluogo regionale aveva personale specializzato ad affrontare malattie infettive. Quel che è apparso subito chiaro era la quasi totale mancanza dei dispositivi di prevenzione individuale. Non per caso, infatti, a Sassari si è registrato un numero altissimo di operatori e operatrici contagiati”.  

Impreparazione e scarsità di infermieri, medici e personale delle professioni sanitarie. Carenza di personale dovuta non soltanto ai tagli e al blocco del turnover che anche al servizio sanitario dell’isola hanno colpito pesantemente, ma alla scarsità di figure professionali disponibili: facoltà in scienze infermieristiche a numero chiuso e posti disponibili per le specializzazioni mediche limitati. Il risultato è che in Sardegna non ci sono infermieri e medici specializzati a sufficienza. Mancano circa duemila infermieri e infermiere e i reparti ospedalieri chiudono per mancanza di medici. Ma questo accadeva ben prima dell’arrivo della pandemia. Ancora Roberta Gessa sottolinea l’impreparazione di chi avrebbe dovuto provvedere all’organizzazione del servizio e delle strutture per fronteggiare l’emergenza. “Si è riusciti ad istituire i percorsi differenziati, pulito sporco, negli ospedali e la tenda per il triage fuori dalle mura dei nosocomi solo dopo una forte mobilitazione dei lavoratori e delle lavoratrici”. Capacità e professionalità del personale hanno consentito di gestire e contenere la pandemia. Nonostante sprechi e falle della Regione, basti pensare che sul modello della Lombardia sono stati attivati due ospedali privati accreditati “remunerati vuoti per pieni”. Nell’isola una battaglia, però, grazie alle organizzazioni sindacali, è stata vinta. Sottolinea con soddisfazione Gessa  “Abbiamo impedito l’applicazione di una delibera regionale che ricalcava quella lombarda sulle Rsa. Abbiamo costruito un protocollo sulla sicurezza nelle Residenze per anziani con la centrale cooperativa. Le abbiamo chiuse agli ingressi esterni, somministrato tamponi a tutti gli operatori e agli ospiti. Risultato, solo in tre strutture si sono registrati casi”.

Oggi qual è la situazione in Sardegna? “Difficile, molto difficile”, sostiene la segretaria della Fp Cgil, “per quanto riguarda la rete dell’emergenza urgenza e la rete territoriale siamo davvero scarsi e in questi mesi non è cambiato assolutamente nulla. Basti pensare che per quanto riguarda le prestazioni extra Covid non si è riusciti nemmeno a recuperare quelle non svolte durante il lockdown. Sono stati stanziati 20 milioni per l’abbattimento delle liste d’attesa finiti in straordinari del personale ma il Cup ancora non è pienamente ripartito con le prenotazioni”. E sul versante Covid le cose non vanno certo meglio: i dispositivi di protezione individuale scarseggiano ancora e l’emergenza è più grave di prima perchè più numerosi sono i contagi: attualmente nei tre Covid Hospital - il Santissima Trinità di Cagliari, il San Pietro di Sassari e il San Francesco di Nuoro - sono allestiti 40 posti di intensiva, occupati da 19 pazienti, e circa 150 di non intensiva a fronte di 128 ricoveri.

Quel che è accaduto in Lombardia lo conosciamo, giornali e tv l’hanno raccontato, ma le ragioni di una crisi che certo è stata dovuta a un virus sconosciuto e difficile da fronteggiare sono molte. Secondo la Cgil dipendono dalle scelte di governance della sanità regionale. Monica Vangi, della segreteria regionale della Cgil, è netta: “La nostra è una denuncia antica, da noi la medicina territoriale è inesistente, sono stati depotenziati consultori, presidi per la sanità mentale e sistema di prevenzione a favore degli ospedali. Il rapporto pubblico privato è nettamente sbilanciato sul privato, che ovviamente ha scelto su quali prestazioni concentrarsi, facili e remunerative. E durante la fase acuta della pandemia si è visto, il privato accreditato ha messo a disposizioni posti letto e di terapia intensiva solo dopo un riconoscimento economico specifico. Infine, pur prevista dalla legge regionale 23 del 2015, la presa in carico del paziente cronico non è mai stata realizzata”. Durante l’emergenza, come si sa, tutto questo ha portato a pazienti lasciati soli in casa che arrivavano in ospedale quando la situazione era ormai compromessa, a medici di medicina generale lasciati soli anche loro e senza nemmeno i dispositivi di protezione individuali. Per non dire di quel che è accaduto nelle Rsa. A giugno Cgil, Cisl e Uil hanno proclamato una mobilitazione che è culminata in tre giorni di presidi per chiedere alla Regione un cambio di rotta. I sindacati, non dicono solo ciò che non va ma hanno presentato un Patto sulla sanità in Lombardia che parte dal rilancio, sarebbe meglio dire costruzione, della sanità di territorio con una riattivazione dei distretti, la organizzazione della medicina di base con l’assunzione di 1600 infermieri e 100 assistenti sociali, l’incremento della rete dei consultori. E, ovviamente, secondo le confederazioni lombarde va ripensato il sistema di accreditamento pubblico privato. Ma rispetto a marzo, la situazione oggi è migliorata? Risponde ancora Monica Vangi sostenendo che poco è cambiato: “Negli ospedali Hab Covid ancora non esistono i percorsi diversificati e i posti Covid ordinari, sebbene aumentati, sono già praticamente pieni. Sul territorio, rispetto ai decreti Cura Italia e Rilancio poco si è fatto. Sono state istituite le Usca (unità speciali di continuità assistenziali), ma in numero nettamente inferiore da quelle previste per legge, per il resto non sappiamo nulla e l’aumento di personale non è governato a livello centrale. Insomma – prosegue la dirigente sindacale – non abbiamo notato un reale cambiamento”.

E certo non va meglio per la medicina non Covid. Basti pensare alla “confusione” sulla campagna vaccinale anti influenzale. Sostiene infatti Giorgio Barbieri, coordinatore Fp Cgil Lombardia dei medici di medicina generale: “La Regione Lombardia afferma di voler aumentare dell’80% la copertura vaccinale, ma poi vedremo se i medici riusciranno ad avere a disposizione almeno lo stesso numero di dosi dell’anno scorso. Il rischio vero e paradossale, quest’anno, è che per la situazione pasticciata i vaccini possano andare pure sprecati. Ogni Ats sta declinando in peggio le già pessime indicazioni di Regione ai medici di base di vaccinare solo gli ultra 65enni, demandando ai servizi di igiene e prevenzione le altre categorie previste: i soggetti con patologia, le professionalità a rischio (servizi di pubblica utilità) e gli ultra 60enni, come propone il ministero della Salute. Nei distretti il rischio è che i vaccini avanzeranno perché non saranno in grado di usarli: i servizi territoriali, senza adeguato numero di personale, sono già al collasso. Riusciranno, senza rinforzi, a rispondere al flusso della cittadinanza? Poi c’è il fattore tempo. Se va bene, come medici di base partiremo a vaccinare con un mese di ritardo, mentre in altre regioni stanno per iniziare. Riusciremo a tutelare la salute delle persone per tempo, considerando anche che il distanziamento sociale anti Covid rallenterà le procedure?”. E soprattutto, ci domandiamo noi, le dosi di vaccino acquistate saranno sufficienti visto che la stessa regione dichiara di averne bisogno di un altro milione?

Ovviamente, commenta il nostro ‘viaggio’ la segretaria confederale della Cgil Rossana Dettori, per far tornare centrale la sanità pubblica in tutto il Paese la priorità è rendere strutturali gli aumenti di risorse. "È evidente che per noi sarebbe folle se il governo italiano non accedesse al Mes, sono 37 miliardi – strana coincidenza equivalgono a quanto si è tagliato negli ultimi 10 anni - che davvero permetterebbero di mettere in sicurezza il settore. E poi territorio, territorio, territorio. Che vuol dire casa della salute, strutture intermedie per le dimissioni protette, integrazione socio sanitaria, digitalizzazione e messa in rete di tutte le strutture compresi i medici di famiglia e gli ospedali". Infine, conclude la segretaria nazionale della Cgil, "il personale non sono eroi ma lavoratori e lavoratrici. Bisogna assumerli, ne servono tanti e di ogni professione sanitaria. Poi bisogna ricordarsi che hanno diritto alla carriera, a un salario migliore e a una organizzazione del lavoro efficiente. Il ministro deve impegnarsi fortemente perché il prossimo contratto nazionale parta da questo riconoscimento. Vogliamo un servizio sanitario fatto vivere non da eroi, ma da lavoratori con diritti”.