L’Inps viene condannata anche in appello: il premio alla nascita spetta a tutte le madri straniere regolarmente presenti in Italia, sprovviste del permesso per lungosoggiornanti. Dopo l’ordinanza del tribunale di Milano, che si è pronunciata a dicembre scorso su un ricorso promosso da Asgi, Apn e Fondazione Piccini, anche la Corte d’appello del capoluogo lombardo il 23 marzo conferma l’orientamento espresso dal Tribunale di primo grado. È quanto si apprende da una nota dell'Inca Cgil.

"Una seconda sconfitta per l’Istituto previdenziale pubblico - spiega il patronato -, che ora non ha più alibi per impedire alle future mamme immigrate, al settimo mese di gravidanza, regolarmente presenti nel nostro paese, di vedersi riconoscere il beneficio economico una tantum di 800 euro. Per la corte d’appello di Milano valgono gli stessi argomenti contenuti nell’ordinanza del tribunale, secondo i quali, la limitazione al sostegno economico solo a coloro che siano titolari del permesso di soggiorno di lungo periodo corrisponde ad un “atto discriminatorio”, peraltro operato in assenza di qualunque previsione di legge".

L’ordinanza del Tribunale aveva già intimato all’Inps di interrompere tale condotta sottolineando che “non sussiste alcun potere in capo all’Inps di derogare ad una fonte di rango primario; detta condotta discriminatoria deve essere eliminata ordinando all’Inps di estendere il beneficio a tutte le madri regolarmente soggiornanti e di garantire adeguata comunicazione”.

L’Inps, a seguito della decisione di primo grado aveva emanato il messaggio n. 661 del 13 febbraio 2018, con il quale aveva dato esecuzione all’ordinanza milanese consentendo alle future mamme straniere di presentare le domande, precisando però che gli assegni sarebbero stati pagati con “riserva”, in relazione all’annunciato ricorso in appello. “Riserva” che a questo punto della vicenda giudiziaria dovrebbe essere annullata, a meno che l’Inps non intenda ricorrere alla Cassazione per un ultimo tentativo di ottenere ragione. 

Per l'Inca “sarebbe auspicabile che ciò non accadesse, perché significherebbe protrarre un clima di incertezza del diritto davvero inaccettabile”. “L’Inps, invece – aggiunge il patronato -, dovrebbe prendere atto dell’orientamento della magistratura e permettere definitivamente e senza riserve l’accesso al diritto per concludere una vicenda che altrimenti rischia di moltiplicare il numero dei ricorsi giudiziari, i cui costi ricadrebbero sulla collettività”.

“Sarebbe altresì auspicabile  - conclude l'Inca - che l’Istituto, approfittasse di questa occasione anche per rivedere le proprie interpretazioni restrittive sull’accesso ad altre prestazioni di welfare,  per le quali permane un’analoga condotta discriminatoria”.

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