“La Via Maestra” è anche quella della scuola. Quella scuola che, secondo l’articolo 34 della Costituzione, “è aperta a tutti”. Senza distinzione alcuna. Non è un caso dunque che tra i temi per cui il prossimo 17 ottobre la Cgil insieme a un nutritissimo numero di associazioni torneranno a sfilare a Roma in difesa della Costituzione ci sia quello di un’istruzione pubblica per tutte e tutti.

Il tetto per gli stranieri

L’azione di questo governo sembra, infatti, andare in una direzione diametralmente opposta, anche se mai esplicitata. Ultima in ordine di tempo l’offensiva contro studenti e studentesse con background migratorio, con il noto decreto che impone un tetto del 30% e inaugura un approccio punitivo verso i genitori di alunni con difficoltà linguistiche costringendoli a corsi di lingua italiana che spesso i Cpia, sguarniti e colpiti da tagli, non sono neanche in grado di garantire.

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Con tutti gli effetti secondari che ne conseguono ogni giorno: la cronaca registra episodi quasi quotidiani in cui le solerti forze dell’ordine rimuovono striscioni con lo slogan che è ormai diventato il manifesto della battaglia di una scuola per tutti: “Qui nessuno è straniero”. Con esiti grotteschi: anche la Flc Cgil - che di questa battaglia è uno dei motori - nei giorni scorsi ha dovuto subire un accertamento della polizia municipale per aver esposto lo striscione incriminato.

Un’istruzione di serie A e una di serie B

Nel decreto scuola c’è un’altra perla. Gli istituti tecnici diventano licei tecnologici e gli istituti professionali licei professionali. L'obiettivo dichiarato sarebbe quello di dare pari dignità a un segmento trascurato nel sistema d’istruzione italiano di matrice gentiliana. Peccato però che contemporaneamente la nuova filiera tecnologico-professionale accorci da 5 a 4 anni la durata del percorso scolastico, mentre la riforma degli istituti tecnici sottrae ora a discipline importanti e anticipa di un anno la nuova alternanza scuola-lavoro.

Non c’è alcuna intenzione di recuperare le ore di laboratorio tagliate dalla Gelmini nel 2008, mentre si crea un sistema di cortissimo respiro legato alle esigenze delle imprese che possono addirittura avere voce nella programmazione didattica. Insomma: altro che liceizzazione, nei fatti si creano percorsi di serie B per studenti “destinati” a un mercato del lavoro spesso dequalificato.

Il peso della famiglia d’origine

Vale la pena di ricordare il ruolo del censo: secondo i dati di Almadiploma solo l’11% degli studenti dei professionali ha genitori laureati e il 30% dei pochi che proseguono gli studi con l’università, la abbandonano quasi subito: per chi viene dai licei succede solo nel 3,5% dei casi. Certe scuole e l’università non sono per tutti e non basta cambiare i nomi per intaccare questi princìpi classisti.

Tagli e ancora tagli

Per minare alle fondamenta una scuola pubblica che sia davvero universale, pubblica e inclusiva ci sono ovviamente tanti altri modi. A partire dai tagli che essa negli anni continua a subire nei propri bilanci: da ultima una polizza sanitaria pagata sottraendo risorse al fondo di funzionamento delle scuole, quello con cui si finanziano i progetti.

Poi ovviamente ci sono i tagli più gravi, quelli delle leggi di bilancio: tema importante, visto che siamo alla vigilia della prossima Finanziaria. Non bisogna dimenticare uno snodo epocale: la scure Gelmini-Tremonti che si è abbattuta sulla scuola pubblica tra il 2008 e il 2011, con un taglio complessivo di 8,5 miliardi di euro al bilancio dell'istruzione pubblica, l'eliminazione di oltre 80.000–90.000 cattedre per i docenti e decine di migliaia di posti per il personale Ata e un calo di circa 10.000 classi, ottenuto innalzando il numero di alunni per aula e modificando i parametri numerici minimi e massimi per la loro formazione.

Non che prima fosse tutto rosa e fiori, ma da questa mannaia la scuola non si è mai ripresa del tutto e per responsabilità, va detto, non solo dei governi di centro-destra.

L’esecutivo Meloni nelle leggi di bilancio ha proseguito nei tagli e non ha realizzato nessun investimento per rendere il sistema scolastico pubblico davvero all’altezza del compito che gli assegna la Costituzione. Anche quest’anno negli istituti italiani ci saranno oltre 200 mila supplenti, 140 mila solo in un segmento delicatissimo che è quello del sostegno: altro colpo mortale sferrato alla scuola inclusiva, quella che dovrebbe offrire le stesse opportunità anche ai più fragili.

Soldi alle private

Lo scorso anno il ministro Valditara aveva rivendicato nella legge di bilancio un aumento di risorse pari a 875 milioni di euro, passando da 57 miliardi e 46 milioni a 57 miliardi e 921 milioni. “In termini percentuali – denunciava la Flc Cgil – si tratterebbe di un aumento dell’1,5%, peccato però che le stesse stime del governo (riportate nel documento programmatico di finanza pubblica) prevedano per il 2026 un aumento dell’inflazione del 1,7%”.

Tutto ciò vuol dire che il bilancio dell’istruzione nel 2026 ha subito un decremento che ha comportato i consueti tagli e sacrifici tanto per il personale scolastico quanto per il funzionamento didattico e organizzativo delle scuole statali. I tagli lineari programmati sulla scuola proseguono inesorabilmente fino al 2028 attestandosi sui 250 milioni di euro.

Contemporaneamente, alla scuola privata sono andati ulteriori nuovi fondi a carico del ministero dell’Istruzione. Con la scorsa manovra, infatti, i finanziamenti statali a loro favore sono passati da 800 milioni a 886 milioni di euro. Un incremento di oltre il 10%, dell’inflazione prevista per il 2026: in questo caso, dunque, l’aumento è stato reale, non puramente nominale come per le scuole pubbliche. Senza dimenticare i bonus di 1.500 euro previsti per le famiglie con Isee fino a 30 mila euro che vi iscrivono i loro figli, cumulabili fino a 5 mila euro per l’intero nucleo familiare.

La spesa va verso il riarmo

Cosa succederà con la prossima legge di bilancio? In un contesto in cui la spesa pubblica in tutta Europa sta andando verso il riarmo non c’è da essere ottimisti. In Francia, un 18enne, Marius Mesnil, co-segretario dell’Union Syndicale Lycéenne, ha detto in questi giorni di proteste esplose nel suo Paese: "Assistiamo a una militarizzazione dei giovani. Le spese militari continuano ad aumentare: siamo una generazione che non ha voglia di andare a morire in guerra, ma di studiare. I soldi non vadano alle spese militari, ma all’istruzione pubblica". Il 17 ottobre, in piazza, si va esattamente per questo.

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