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Liberazione Atto primo: gli scioperi del marzo 1943

Delitto Matteotti, l?inizio del regime
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Con gli scioperi del marzo 1943, succede qualcosa di nuovo in Italia: in pochi giorni, dopo il via dato da Torino, nel triangolo industriale trecentomila operai scendono in lotta

Settant'anni fa l'Italia era libera. Quarant'anni fa, il 27 aprile del 1975, Rassegna Sindacale (che nell'occasione uscì assieme a Conquiste del lavoro e a Lavoro italiano, i periodici della Cisl e della Uil) dedicava un dossier a cura di Aldo De Jaco alla Resistenza e alla Liberazione. Al contributo dei lavoratori a quelle giornate storiche. Quaranta pagine fitte di storie, ricostruzioni e bellissime immagini. Ne riproponiamo una parte in questo speciale. Un modo per rileggere e celebrare i fatti del '43-'45. Ma anche un documento storico in sé: una lettura della Resistenza che ci arriva direttamente dagli anni Settanta (D.O.).

La sirena che ogni giorno, alle 10, faceva le prove dell'allarme - come ce ne fosse bisogno con tanti allarmi 'veri' e tanti bombardamenti e i morti e i capannoni diroccati! - quella mattina del 5 marzo del '43 non fece sentire il suo ululato: la direzione della Fiat Mirafiori aveva saputo che a quel segnale gli operai avrebbero incrociato le braccia e aveva preferito abolire del tutto il segnale. Tuttavia in tre officine gli operai smisero lo stesso di lavorare e dopo tre giorni, l'otto, lo sciopero «bianco» coinvolgeva ormai tutta la Fiat e almeno centomila operai in tutto il Piemonte; e doveva durare cosi fino alla fine di marzo. Per altro non era quella la prima volta che gli operai scendevano in lotta contro la guerra fascista e le sue conseguenze: dalla seconda metà del '42 si erano susseguite nelle fabbriche del nord molte fermate, manifestazioni e proteste, contro il razionamento ridotto alla elemosina di poche molliche di pane, contro i salari di fame, contro i tentativi di diminuire ancora le paghe e di allungare invece a 12 ore la giornata di lavoro.

Ma con gli scioperi del marzo 1943, succede qualcosa di nuovo in Italia: in pochi giorni, dopo il via dato da Torino, nel triangolo industriale trecentomila operai scendono in lotta e questa assume, dalle AIpi alle pianure pugliesi, un significato politico enorme e immediato, anche se, fabbrica per fabbrica, sono state avanzate dagli operai solo delle rivendicazioni salariali precise e limitate: la campana suona ormai a morto per il fascismo e ne ascoltano i rintocchi tutti gli italiani.

"Nella mia vita di operaio — racconta Magno Barale, uno di quelli che 'pagarono' lo sciopero col deferimento al tribunale speciale — ho partecipato a tanti scioperi ma non ho mai visto una partecipazione così totale. Tutti si fermarono e devo precisare che alla Fiat Ricambi eravamo soltanto in tre a non avere la tessera del partito fascista". Alla RIV di Villar Perosa il padrone per eccellenza, Agnelli, intervenne facendo delle concessioni salariali che gli operai accettarono. Sperava così dì restar fuori dall'agitazione ma... "ora che abbiamo risolto la questione economica — dissero gli operai — dobbiamo risolvere quella politica", e votarono in assemblea un documento che sottolineava, fra gli scopi dello sciopero, quello di "compromettere e abbreviare la guerra determinando la rottura con la Germania". Sciopero economico, dunque, e sciopero politico nello stesso tempo, data iniziale di quel grande processo unitario antifascista che doveva portare nel corso di tre anni alla insurrezione e alla repubblica: il movimento del marzo '43 è stato tutto questo e insieme è stato il primo grande moto unitario di massa, la prima grande testimonianza della volontà e della possibilità che aveva il mondo del lavoro — e solo esso — di esprimere una radicale alternativa al fascismo, di guidare il paese sopra una strada nuova.

Come reagì a questo duro colpo la dittatura ormai a brandelli? Rifiutando di trattare e nello stesso tempo cercando di minimizzare gli avvenimenti. Mussolini, parlando al direttorio del partito fascista, disse: "dichiaro nella maniera più esplicita che non darò neppure un centesimo. Noi non siamo lo Stato liberale che si fa ricattare da una fermata di un'ora di lavoro in un'officina". Altro che un'ora e altro che un'officina! Gli scioperi non solo durarono per tutto il mese estendendosi da Torino a tutto il nord, ma furono anche l'inizio di un movimento sindacale-politico costantemente presente poi nella lotta antifascista, malgrado gli altissimi costi in vite umane, in carcere, in violenze, che tutto questo doveva comportare.

Secondo i documenti della direzione generale di pubblica sicurezza ne!l'anno che va dall'aprile '42 all'aprile '43 vennero arrestati 2.600 lavoratori dei quali oltre 300 furono trascinati davanti ai tribunali speciali. Da un quinto a un terzo degli arrestati erano già schedati come appartenenti a organizzazioni antifasciste, gli altri (fra i quali moltissime donne) entravano per la prima volta nella lotta, senza specificazione di partito.

Gli scioperi del marzo '43 (fra l'altro conclusi non solo con un grande successo politico — del quale subito si sentiranno le conseguenze — ma anche con esito positivo dal punto di vista economico) hanno infine un grande rilievo nella storia dell'unità dei lavoratori. Essi ne esprimono infatti la resurrezione come massa dopo più di venti anni di feroce oppressione di classe (che aveva appunto nella liquidazione dei sindacati e nella repressione di qualunque attività rivendicativa il suo primo obiettivo) e pongono le basi di una unità nuova delle grandi correnti sindacali storiche che già avevano guidato i lavoratori fino alla dittatura e poi anche nella clandestinità. Questa unità sarà poi sancita dal Patto di Roma dell'anno dopo, il patto — firmato sotto il naso dei tedeschi — che diede vita alla CGIL di Di Vittorio, Grandi e Buozzi.