Imprese e sindacati della ceramica si presentano con una posizione comune davanti alla Commissione europea. Confindustria Ceramica, Filctem Cgil, Femca Cisl e Uiltec Uil chiedono di rivedere i nuovi benchmark Ets previsti per il periodo 2026-2030, sostenendo che i parametri proposti non riflettono le reali condizioni produttive del settore e rischiano di trasformarsi in un costo aggiuntivo per aziende che negli ultimi anni hanno già investito massicciamente nella transizione ambientale.

La richiesta arriva mentre Bruxelles sta definendo i nuovi criteri che regolano il sistema europeo di scambio delle emissioni. Si tratta dei parametri utilizzati per assegnare alle imprese le quote gratuite di Co2 previste per evitare la delocalizzazione delle produzioni verso Paesi con regole ambientali meno stringenti.

Un aumento dei costi senza benefici sulle emissioni

Secondo il comparto, il problema è che i nuovi benchmark proposti risultano più severi rispetto alle tecnologie oggi effettivamente disponibili nel settore. Questo comporterebbe una riduzione delle quote gratuite assegnate alle aziende e, di conseguenza, la necessità di acquistare un numero maggiore di permessi sul mercato delle emissioni.

Per i produttori italiani di piastrelle il costo diretto dell’Ets potrebbe così passare da 70 a circa 120 milioni di euro all’anno. Un incremento che imprese e sindacati giudicano insostenibile in una fase già segnata dall’aumento dei costi energetici e dalla forte concorrenza internazionale. Secondo la posizione condivisa, tale aggravio non sarebbe accompagnato da una corrispondente riduzione delle emissioni.

Gli investimenti realizzati dal settore

Le organizzazioni firmatarie contestano inoltre il metodo utilizzato per costruire i nuovi benchmark, ritenendolo poco trasparente e non pienamente coerente con i dati industriali reali. Un aspetto che, a loro giudizio, rischia di penalizzare uno dei comparti che più hanno investito nella sostenibilità.

Negli ultimi dieci anni le aziende ceramiche hanno destinato oltre 4,3 miliardi di euro a innovazione tecnologica, efficientamento energetico e ammodernamento degli impianti, con un’incidenza media pari al 7% del fatturato. Investimenti che hanno contribuito a migliorare le prestazioni ambientali delle produzioni e a rafforzare la competitività del settore.

Il timore di perdere produzione e occupazione

Da qui la richiesta di mantenere invariati gli attuali benchmark almeno fino alla revisione complessiva del sistema Ets già prevista a livello europeo. Per imprese e sindacati, infatti, l’attuale impostazione rischia di colpire la manifattura europea senza incidere realmente sulle emissioni globali.

La conseguenza potrebbe essere uno spostamento delle produzioni verso Paesi extraeuropei. Nel documento vengono citati in particolare India e Cina, dove gli standard ambientali risultano meno rigorosi e i livelli emissivi più elevati. In questo scenario l’Europa perderebbe capacità produttiva e occupazione qualificata, mentre le emissioni complessive potrebbero addirittura aumentare.

Le risorse Ets da reinvestire nella transizione

Le parti chiedono inoltre che le risorse generate dal sistema Ets siano reinvestite a favore delle imprese del comparto per sostenere ricerca, sviluppo e nuovi investimenti legati alle energie rinnovabili.

L’obiettivo dichiarato è accompagnare il percorso di decarbonizzazione senza compromettere la competitività industriale e la tenuta occupazionale dei siti produttivi. Una sfida che, secondo imprese e sindacati, richiede politiche industriali capaci di tenere insieme sostenibilità ambientale, sostenibilità economica e tutela del lavoro.