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A poche ore dalla sua morte si sapeva e si sentiva già tutto. Si sapeva l’età, dove viveva, da dove veniva, cosa faceva. Si sentiva caldo, odore di terra, sudore e pomodori.
La triangolazione delle coordinate anagrafiche e geografiche e le asciutte righe di cronaca descrivevano, sotto lo schiocco di un sole feroce a 37 gradi, nel pomeriggio di una domenica estiva, nella campagna tremolante di miraggio di Stagno Lombardo nel Cremonese, la vita spezzata di un diciannovenne impegnato nei campi. Viveva a Monticelli d’Ongina, nel Piacentino, ed era arrivato dalla Romania per lavorare. Sapevamo e sentivamo tutto. Ma mancava il suo nome.
Restituire l’identità
Si chiamava Gheorghe Marian Burjan. È la prima verità che deve essere resa alla cronaca e alla storia prima che l'oblio trasformi una tragedia individuale in una semplice statistica. Il numero colonizza la parola e sopravanza l’esperienza, trasforma il mondo in oggetto, traduce la realtà in algoritmo.
Restituire l'identità anagrafica a Gheorghe Marian Burjan non costituisce un dettaglio secondario o un atto di mera cortesia formale o un passaggio burocratico. Avere un nome significa avere un posto, poter iscrivere la propria singolare eccezionalità in una storia di legami ed esperienze. È un atto politico e sociale.
Soggetti di diritti
Il nome è il primo e indispensabile presidio dell'identità personale. Attraverso il nome si definisce lo statuto di soggetto di diritti, si stabilisce l'appartenenza a una comunità e si certifica l'unicità dell'individuo di fronte al collettivo. Ridurre un lavoratore a una funzione produttiva anonima, a "un bracciante", significa compiere una prima forma di cancellazione sociale. La perdita della vita sul campo senza un nome trasforma la tragedia in una doppia scomparsa: la fine fisica dell'esistenza e l'estinzione della sua storia individuale.
Combattere l’invisibilità
Il mantenimento dell'anonimato alimenta il regime di invisibilità. Chi lavora nelle campagne spesso vive ai margini del riconoscimento pubblico. L’assenza del nome sottrae al pubblico dibattito la dimensione umana del lavoro. Dare un nome e riconoscere l'identità di chi coltiva, raccoglie e trasporta i prodotti agricoli significa sottrarre terreno allo sfruttamento. Non può esistere il lavoro dignitoso senza il preventivo riconoscimento del lavoratore come persona reale.
Responsabilità pubbliche
Nominare una persona significa stabilire una responsabilità pubblica. Gheorghe Marian Burjan non era una figura astratta del ciclo produttivo. Era un giovane di diciannove anni la cui vita si è interrotta dal lavoro. Ricordare e pronunciare il suo nome significa affermare che la sua esistenza contava, che la sua morte richiede giustizia e che il lavoro non può, in alcun caso, prescindere dalla dignità della persona.
Per questo se da una parte, gestalticamente parlando, "il tutto è diverso dalla somma delle singole parti", casa che ci restituisce, nel giro di meno di due mesi 16 operai agricoli morti sul lavoro, 5 dei quali per le condizioni climatiche, un numero osceno che non accenna a fermarsi e che inchioda a responsabilità ben precise gli attori politici e imprenditoriali, dall’altra, come ci ha insegnato Don Ciotti, continuiamo a chiamare per nome Gheorghe, Ahmed, Nadeem, Haddad, Giuseppe, Alfonso, Amin, Ullah, Safi, Waseem, Tanginder, Harmanjot, Bakaery, Saif, Yassin, Adelghani, Alagie, Paola. Uomini, donne. Vite.






















