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I dati di Bankitalia e Svimez, usciti nelle stesse ore, hanno sottolineato una crescita del Pil in Calabria che ha superato la media nazionale. E non sono passati inosservati. Attenzione, però, a trarne conclusioni semplicistiche, avverte la Cgil. Ne abbiamo parlato con il segretario regionale, Gianfranco Trotta.
Come giudica questi dati?
Sono dati incoraggianti, ma non hanno, alle spalle, delle motivazioni strutturali. Sono dati che derivano, sostanzialmente, da congiunture: il bonus 110%, i fondi del Pnrr che hanno determinato un aumento dell’export nell’agroindustria, gli investimenti fatti su lavori pubblici, edilizia e alcune infrastrutture, l’incremento del turismo. La mancanza di elementi strutturali viene confermata anche dal rapporto di Bankitalia che certifica, sì, l’aumento del Pil, ma registra, contestualmente, il livello salariale più basso d’Italia e fa emergere come, nel turismo e nell’agroindustria che sono settori trainanti dello sviluppo, dilaghino precarietà, caporalato e lavoro sottopagato. Dati per altro confermati dal bilancio sociale dell’Inps.
E quindi cosa succederà tra poco?
Non essendoci nulla di strutturale alla base di questa crescita, il rischio concreto è che con la fine del Pnrr nel 2026 e con le dinamiche che questo innescherà, siamo preoccupati perché il crollo che deriverebbe dall’esaurirsi di queste congiunture potrebbe portare a una situazione peggiore di quella precedente al piano. Del resto le grandi partecipate statali sono rimaste fuori dalla Calabria. I dati di Banca d’Italia rendono ancora più attuale la piattaforma che abbiamo lanciato lo scorso 21 maggio. A quello che abbiamo detto aggiungiamo il fatto che moltissimi giovani continuano ad abbandonare la Calabria perché qui non trovano lavoro stabile, non hanno servizi, la sanità latita, le scuole spariscono dai territori.
Cosa servirebbe perché si attivasse una crescita strutturale?
La Calabria ha bisogno di una politica industriale, manifatturiera e meccanica, capace di accompagnare la transizione ecologica e digitale attraverso piani di sviluppo mirati e infrastrutture efficienti, in grado di collegare territori, persone e imprese. Servono investimenti strutturali nella scuola, nella formazione e nella ricerca per contrastare la povertà educativa e fermare l’emorragia di giovani e competenze che ogni anno lasciano il Mezzogiorno. Serve la stabilizzazione del precariato storico, un’attenzione particolare alle aree interne, il completamento infrastrutture, un piano per il lavoro dei forestali dopo i disastri degli ultimi eventi atmosferici.


























