“Il ruolo principale del sindacato è unire le persone per organizzare e contrattare il futuro”. È tutta orientata all’avvenire l’analisi del presente, e delle attuali condizioni dell’industria italiana, esposta dal segretario generale Fiom Cgil Michele De Palma, che domani (giovedì 16 gennaio) aprirà a Padova il XXVIII congresso della Federazione.

Un appuntamento cui parteciperanno 645 delegati provenienti da tutta Italia (di cui 179 donne, pari al 28% del totale), che si chiuderà sabato 18 con le conclusioni di De Palma. All’assise, che si tiene al Padova Congress (in via Niccolò Tommaseo 59), sarà presente anche il segretario generale Cgil Maurizio Landini, il cui intervento è previsto per venerdì 17 (alle ore 18).

Salari

Nell’ultimo contratto nazionale siamo andati oltre l’Indice dei prezzi al consumo (Ipca), innovando l'inquadramento. Ovviamente due anni fa non potevamo prevedere quanto sarebbe successo con la guerra e con l’inflazione. Nel contratto però inserimmo una clausola per cui, se l'andamento dell'Ipca fosse stato superiore all’aumento previsto sui minimi tabellari, ci sarebbe stato un adeguamento. A giugno, se il tasso d'inflazione verrà confermato, avremo dunque un incremento dei salari superiore a quello previsto.

Il semplice recupero di una parte dell'inflazione non basta. Abbiamo agito anche con la contrattazione di secondo livello, ma questa si realizza solo in una parte delle aziende, lasciando scoperte le altre. L'autorità salariale, ossia il contratto nazionale, deve dunque confermare il proprio ruolo redistributivo. Occorre allora avere l'obiettivo, quando scadrà il contratto e presenteremo la piattaforma, di andare oltre l'andamento dell'inflazione depurata dai costi energetici, redistribuendo una parte del valore creato dalle lavoratrici e dai lavoratori.

Fisco

È necessario dare progressività e proporzionalità al nostro sistema fiscale. Oggi, invece, viene premiato il lavoro autonomo, oltre agli 80 mila euro, con la flat tax al 15 per cento, e si vessano pensionati e lavoratori dipendenti. Occorre alleggerire la pressione fiscale, in particolare a partire dai rinnovi dei contratti nazionali, defiscalizzando gli aumenti sui minimi.

Bisogna anche mettere in discussione tutti quegli strumenti che favoriscono l'unilateralità da parte delle imprese – il governo, ad esempio, ha defiscalizzato le liberalità che le aziende hanno dato in rarissimi casi alle lavoratrici e ai lavoratori. In questo Paese le tasse devono pagarle tutti, e per pagarle tutti occorre che qualcuno le paghi meno. Come la destra ha avuto il coraggio di fare la flat tax, noi dobbiamo avere il coraggio di proporre la patrimoniale.

Precarietà

L’utilizzo delle lavoratrici e dei lavoratori precari nel mondo dell’industria è aumentato. Assistiamo anche al moltiplicarsi della frammentazione dell'organizzazione del lavoro attraverso appalti e subappalti. La condizione di precarietà è una condizione di ricattabilità delle persone: non si può vivere con una scadenza. Oppure si pensi allo staff leasing: una misura - che peraltro in Europa abbiamo solo noi - che divide i lavoratori, tra precari e tempi indeterminati, dentro le aziende, e mortifica il potere contrattuale del ccnl e degli integrativi.

Vanno allora perseguite due strade. La prima è una contrattazione che impedisca - al contrario di quanto successo con gli accordi di prossimità, dunque con l’utilizzo dell'articolo 8 - l'implementazione delle causali dentro i contratti di lavoro, quindi un allungamento della precarietà. La seconda è la promozione di una legislazione che, come in Spagna, favorisca la stabilizzazione dei rapporti di lavoro. Per dare stabilità all'industria bisogna dare stabilità al lavoro, e per dare stabilità al lavoro bisogna avere lavoratrici e lavoratori con contratti a tempo indeterminato. 

Orari di lavoro

La rimodulazione e la riduzione dell'orario sono necessarie per redistribuire il lavoro. Sono state spese risorse pubbliche significative per aumentare la capacità produttiva e anche la produttività del sistema d’impresa: questa però non è stata redistribuita in termini di tempo, oltre che di salario, alle lavoratrici e ai lavoratori.

Con il contratto nazionale non abbiamo ridotto l’orario, ma abbiamo introdotto il diritto soggettivo alla formazione. È una strada che può portare anche a un elemento più incisivo di riduzione dell'orario di lavoro; come, parimenti, da un punto di vista legislativo è stata l’intuizione del Fondo delle nuove competenze. L’idea dei metalmeccanici è sempre stata quella di “imparare a imparare”. Basti pensare a cosa furono le 150 ore: liberare tempo per essere non soltanto lavoratori, ma cittadini del Paese.

Legalità

Il contratto nazionale è un fattore di legalità. Dove ci sono contrattazione, delegati sindacali e Rsu, c'è un argine all’ingresso degli elementi speculativi e predatori che si sono affacciati anche nell’industria, in particolare nel Mezzogiorno. In ogni luogo in cui si investono risorse pubbliche gli alfieri della legalità sono le lavoratrici e i lavoratori: hanno un ruolo di garanzia rispetto alla verifica dell’andamento degli accordi, non permettendo di distrarre le risorse pubbliche dagli obiettivi che si debbono perseguire.

Adesso ci sono i miliardi a disposizione del Pnrr: sarebbe indispensabile riconoscere il ruolo negoziale delle Rsu e del sindacato, che invece la legislazione ignora. Del resto, non si riconosce il loro ruolo neanche quando si fanno gli accordi di programma sui territori, che prevedono risorse pubbliche da spendere specialmente nelle aree di crisi complesse. Per battere l’illegalità, dunque, è essenziale investire nelle Rsu e sulla partecipazione dei lavoratori. 

Sicurezza sul lavoro

Illegalità è anche il mancato rispetto delle norme che riguardano la salute, la sicurezza e l’ambiente. Riscontriamo una straordinaria sottovalutazione da parte del governo del ruolo dei Rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza (Rls). Questo accade, per di più, in un Paese in cui gli ispettori del lavoro sono pochi e spesso non in grado di poter affrontare la mole delle illegalità.

Occorre anche reinvestire sulla medicina democratica, cioè sul rapporto con la ricerca scientifica, in particolare quella dei medici. Va detto chiaramente: la medicina del lavoro è scomparsa. Questo è grave, perché la medicina del lavoro dovrebbe essere il luogo di ricomposizione di una lettura dei processi produttivi e dell'organizzazione del lavoro.

Nuovo welfare

È evidente che c'è bisogno di risorse per implementare lo stato sociale pubblico. Lo diciamo da un punto di vista contrattuale: i metalmeccanici, che hanno il Fondo Cometa per la previdenza e il Fondo Metasalute per la sanità, hanno sempre pensato che questi sono strumenti integrativi e non sostitutivi del sistema nazionale. Bisogna dunque favorire l’integrazione tra il sistema sanitario pubblico e quanto riusciamo a stipulare nei nostri accordi.

Lo scontro ora è sull’autonomia differenziata. Il punto è la relazione tra le risorse a disposizione e la garanzia di diritti che già oggi non sono uguali da una punta all’altra del Paese. C’è il pericolo della frammentazione, di creare cittadini di serie A e cittadini di serie B nell'accesso alla sanità, alla scuola, all'università. Un progetto che va fermato, perché rischiamo di distruggere il senso di appartenenza alla nostra Repubblica democratica.

Politiche di sviluppo

L’industria e la transizione industriale devono tornare a essere centrali. In questi anni abbiamo assistito a un processo di dismissione dell’industria. Moltissime vertenze aperte, infatti, vedono da un lato l’arretramento dello Stato, dall’altro la decisione dei padroni d'investire nella roulette russa della finanza più che nei capitali pazienti di carattere industriale.

In questi anni i metalmeccanici non hanno difeso soltanto il proprio impiego, ma anche la possibilità per il Paese di avere un'economia integrata dentro una struttura industriale ed economica europea. I metalmeccanici producono dal medicale alla mobilità, dalla difesa alle installazioni: è inimmaginabile una società che non governi più questi fattori produttivi, vuol dire diventare un Paese consumatore di quanto è fabbricato da altri.

Scenario internazionale

Al momento l’Europa si trova al centro di uno scontro tra Atlantico e Pacifico. Corriamo il rischio di pagare un prezzo durissimo, di non rappresentare una terza via concreta a questa drammatica messa in discussione dell'umanità e del pianeta. L’unico posto del mondo che può determinare un'alternativa alla guerra, anche e non solo per la propria storia, è l'Europa. 

Di questo il sindacato deve essere consapevole. Adesso è necessario avere, da un lato, un sindacato sempre più europeo e internazionale, dall'altro, un sindacato sempre meno corporativo e meno aziendale. E serve un sindacato che si schieri in maniera aperta, perché il più grande antagonista delle ragioni della democrazia, della pace e del lavoro, è la guerra. 

Rapporto con il governo

L’esecutivo Meloni sta lavorando a dividere e a mettere in contrapposizione, contemporaneamente alla verticalizzazione delle istituzioni, al disequilibrio tra i poteri dello Stato, al disconoscimento del ruolo democratico che, ad esempio, il sindacato ha. La disintermediazione continua a essere il più grande tentativo di riduzione degli spazi democratici, proprio per la libertà dei lavoratori di potersi organizzare in sindacato per poi contrattare le proprie condizioni di vita e di lavoro.

In questo senso, la soluzione presidenzialista che sembra prospettarsi mette a rischio il Paese perché cancella quegli equilibri che in maniera straordinaria i nostri padri e madri costituenti riuscirono a creare. Allora si costruì una soluzione di progresso, che guardava al futuro. E se c'è una cosa che oggi manca alle lavoratrici e ai lavoratori, e di cui tutti soffrono, è l’idea di progresso e di futuro. Unire Nord e Sud, lavoratori precari e stabili, occupati e disoccupati, praticare la solidarietà per condividere e avere la responsabilità del futuro del pianeta e dell'umanità.