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La ricostruzione

La Cgil tra strategia della tensione e lotta armata

Luciano Lama, il sindacalista partigiano
Foto: Archivio storico Cgil nazionale
Francescopaolo Palaia
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La sfida più terribile che Luciano Lama si trovò ad affrontare nei lunghi anni della sua segreteria fu quella della lotta armata: la principale preoccupazione fu sempre sollevare una barriera invalicabile tra terroristi e lavoratori

La sfida più terribile che Luciano Lama si trovò ad affrontare nei lunghi anni della sua segreteria generale fu indubbiamente quella del terrorismo. La Cgil e il Partito comunista, dalla metà degli anni settanta, si trovarono a confrontarsi con quella diversa sensibilità politica ed “esistenziale” della classe operaia, con quel diverso paradigma che Edward Thompson ha riassunto nella categoria interpretativa della “opacità”.

Quando la lotta armata si presentò nella sua interezza eversiva e nelle sue ramificazioni i dirigenti del partito e soprattutto i militanti comunisti compirono una scelta moralmente ineccepibile, coraggiosa e degna della tradizione resistenziale democratica e costituzionale del partito: la lotta frontale fino in fondo per sconfiggere ed estirpare il terrorismo e la violenza politica all’interno del mondo del lavoro e in tutti i settori della società e delle istituzioni deviate, anche ricorrendo all’integrazione e alla sostituzione spesso delle immature istituzioni di tutela dell’ordine democratico da parte dello Stato.

La principale preoccupazione politica del segretario generale della Cgil fu sempre quella di sollevare una barriera invalicabile tra il terrorismo e i lavoratori. Un impegno totalizzante che nasceva da una duplice convinzione all’interno del movimento sindacale e in particolare nella Cgil: la prima era doversi occupare direttamente della difesa dell’ordine pubblico senza accettare nessuna delega, vuoi perché la strategia della tensione aveva alimentato una crescente sfiducia nelle istituzioni, vuoi per la già ricordata centralità del presidio delle piazze e dell’ordine nella cultura politica comunista. La seconda concerneva la convinzione della debolezza della democrazia italiana e la sua esposizione ai rischi di crollo. Questo combinato disposto trasformò l’impegno del sindacato in una priorità assoluta.

Lama conosceva perfettamente la necessità per qualsiasi formazione combattente di muoversi in un terreno sociale favorevole. La Resistenza aveva vinto grazie all’adesione del mondo contadino e di quello operaio, grazie alla possibilità di supportare la lotta armata con la protezione, la collaborazione, l’aiuto di un fronte interno. Conosceva, quindi, meglio di altri la necessità di tagliare qualsiasi relazione tra i terroristi e la società nelle sue componenti più attive e numerose: quelle del mondo del lavoro. Il terrorismo non sarebbe stato sconfitto se non fosse stato rigettato completamente e senza ambiguità dal movimento dei lavoratori. Senza un’opera continua di sensibilizzazione dei lavoratori al problema, senza un’azione politica, culturale e ideale di margine da parte del sindacato la sola repressione non poteva bastare.

Ma le cose non erano così semplici perché gli attentati delle Brigate rosse e di Prima linea creavano tra i lavoratori reazioni molto diverse: rancore, rabbia ma anche passività, rassegnazione fino alla comprensione. La diffidenza e la paura si diffondevano rompendo legami che sembravano consolidati, frantumando soprattutto l’idea che la “classe” fosse un gruppo coeso che condivideva valori autentici.

E che più di un’ambiguità esistesse e che il terrorismo non fosse così isolato nelle fabbriche, almeno fino alla morte di Guido Rossa e alla reazione che seguì, emerge soprattutto dalla lettura dei documenti di un Pci preoccupato che spesso richiamava il sindacato ad un’azione più forte e incisiva. Fino alla clamorosa polemica esplosa il 9 novembre 1979 dopo la pubblicazione del noto articolo di denuncia di Giorgio Amendola su Rinascita. L’intervento dello storico dirigente del Pci era una denuncia durissima, e per alcuni versi ingenerosa, degli errori e delle debolezze della Cgil e del Partito comunista nei confronti della violenza politica nelle fabbriche e del terrorismo.

L’accusa colpì profondamente Lama come poche altre. Non ci fu tema infatti, nella sua lunga parabola sindacale, che lo impegnò soprattutto moralmente più del terrorismo. E per nessuna battaglia si speso con maggiore forza e maggiore coraggio politico e personale. Anche perché, la Cgil stava compiendo uno sforzo totalizzante per opporsi al terrorismo e, al di là delle piccole sacche di connivenza in alcuni luoghi di lavoro, la sua azione aveva letteralmente prosciugato ogni brodo di coltura della propaganda alla lotta armata.

La vicenda del terrorismo ebbe per la Cgil una straordinaria importanza come occasione per riacquisire e riaffermare con forza, coerenza e lucidità strategica il carattere storico ineliminabile dell’identità del sindacalismo italiano rispetto alle altre forme di azione e di rappresentanza del mondo del lavoro.