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L'allarme

Calore e mascherine: la tempesta perfetta

Caporalato in metalmeccanica © Marco Merlini Ancona, 13 luglio 2020 Un'indagine giudiziaria svela il caporalato ai danni dei lavoratori bengalesi nella filiera degli appalti in Fincantieri
Foto: Marco Merlini
Stefano Iucci
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Al normale stress provocato in questa stagione della alte temperature, si aggiunge l'obbligo in molti casi di indossare dispositivi di protezione per il rischio Covid. Tra i settori più colpiti agricoltura ed edilizia

“L’altro giorno ho visto un operaio lavorare in strada con un martello pneumatico. Aveva una mascherina chirurgica, ma una cosa del genere non ha alcun senso: quel tipo di mascherina, oltre a farlo morire di caldo, lascia entrare la polvere e non gli permette di espellerla. Altro che protezione: un dispositivo di questo tipo a queste temperature diventa nocivo. Quello che servirebbe è una Ffp2”. Così Marco Carletti, segretario generale della Fillea di Firenze, che da anni denuncia l’emergenza caldo per i lavoratori in questa stagione.

In un puntuale articolo pubblicato su uno dei siti più informati in materia di sicurezza, Puntosicuro, alcuni esperti rilevano come “la scelta del corretto dispositivo dovrebbe avvenire solo dopo il completamento della valutazione dei rischi e dovrebbe tener conto di diversi fattori”. Particolare attenzione va posta “sull’affaticamento termico che potrebbe causare il dispositivo di protezione delle vie respiratorie in zone come la testa, dovuto ad un effetto barriera rispetto agli scambi termici”. 

Una situazione che si aggrava con il covid. Se prima della pandemia questi aspetti riguardavano un numero tutto sommato limitato di lavoratori, “la recente emergenza sanitaria da covid 19 ha reso obbligatorio o consigliato l'uso dei Dpi (maschere) nella maggior parte degli ambienti di lavoro al chiuso o all'aperto”.

Insomma quest'anno, al consueto rischio di stress da calore, si aggiunge ovviamente il tema delle protezioni necessarie per difendersi dal covid e il mix mascherina-calore può rivelarsi molto pericoloso.  “Sono pochissimi i cantieri che rispettano le linee guida della Asl che prevedono aree ombreggiate, dispenser di acqua e sali minerali e pause di 10 minuti obbligatorie nelle ore più calde della giornata”, riprende Carletti. E se a questo aggiungiamo in alcuni casi l’obbligo di usare le mascherine – “ammesso e non concesso che le aziende gliele forniscano”, sottolinea Carletti – la situazione diventa insostenibile e infatti “molti lavoratori non ce la fanno e non le indossano”. Inoltre, attacca Carletti, “gli ispettori ancora non escono dai loro uffici, i controlli praticamente non esistono più. Così è difficile fare qualsiasi tipo di prevenzione”.

Sul tema dei mancati o scarsi controlli si sofferma anche Antonio Gagliardi, segretario generale della Flai Puglia. Il lavoro nei campi e in serra (soprattutto) è un altro di quelli più esposti ai rischi da stress termico. “L'Ispettorato dovrebbe verificare sia la consegna da parte delle aziende dei normali dispositivi di protezione previsti dal decreto 81, sia quelli che più specificamente per il covid – osserva –. Ma dai dati in nostro possesso risulta che le ispezioni sono calate del 50 per cento”. Un po’ meglio va nelle aziende virtuose in cui i sindacati sono riusciti a stabilire delle buone relazioni sindacali; in questo caso, racconta il dirigente della Flai, “abbiamo istituito dei comitati per l’emergenza covid e siamo riusciti a fare una corretta prevenzione, compreso l’uso di dispositivi adeguati”. Ma in generale la situazione è abbastanza  a macchia di leopardo: “Ad esempio nel leccese – ci dice Gagliardi – il sindaco di Nardò ha emanato un’ordinanza secondo la quale il lavoro dei campi è vietato nelle ore più calde della giornata, ma sono ovviamente eccezioni. E chi sta peggio, ovviamente, sono i lavoratori migranti che praticamente non hanno orari”.

Se per quanto riguarda i dispositivi per la prevenzione covid le norme sono dettate dai vari protocolli di settore e, quando ci sono, aziendali, per il tema più generale del lavoro in condizioni termiche estreme - vale anche per il freddo – la situazione è più complessa. In Europa, ad esempio, non esiste una direttiva quadro né alcuna raccomandazione che individui ad esempio una temperatura massima alla quale bisogna smettere di lavorare. Nel 2018 la Ces (il sindacato europeo) ha invitato la Commissione a prendere posizione sul tema, tanto più urgente proprio perché siamo in una fase di cambiamento climatico.

Ovviamente nei singoli Stati ci sono norme che vanno rispettate. In Italia le aziende, come stabilisce il Testo unico sulla salute e sicurezza (il Dlgs 81/08), devono fare una corretta valutazione dei rischi, e tra questi certamente ci sono quelli derivanti da stress climatici. 

Sul sito dell’Inail si possono leggere nel dettaglio alcune misure che i datori di lavoro dovrebbero assumere. Spesso sono indicazioni di semplice buon senso, non sempre però seguite. Sempre secondo l’Inail, si dovrebbe pensare, laddove possibile, a variare l’orario di lavoro per sfruttare le ore meno calde, ruotare i turni tra i lavoratori, programmare l’attività in modo che si lavori il più possibile in zone meno esposte al calore, evitare di rimanere isolati, permettendo così un reciproco controllo. E qui naturalmente la contrattazione ha uno spazio molto importante: non sempre però le aziende ne sono consapevoli. E il rischio è che in una fase di emergenza economica post covid la sicurezza venga sempre più avvertita come un costo. A tutte le temperature.