Sei nuovi centri di permanenza per i rimpatri: due in Trentino, gli altri quattro distribuiti in Calabria, Campania, Emilia-Romagna, Toscana. Cpr avanti tutta, quindi, nei progetti del governo: questo ha annunciato l’altro ieri al question time alla Camera il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che vuole chiudere il 2026 con la cifra record di 10 mila rimpatri. Peccato che i Cpr servano poco a rimpatriare e molto invece a detenere.

Rimpatri tra il 2015 e il 2025

Lo rivela il recente report realizzato da ActionAid e dal dipartimento di scienze politiche dell'Università di Bari Aldo Moro “Espulsioni”. Un'analisi sistematica della politica di rimpatrio italiana nel periodo 2015-2025, basata sui dati ottenuti da richieste di accesso ai ministeri e alle prefetture, pubblicata insieme all'aggiornamento della piattaforma open data Trattenuti.

Che cosa emerge? Che tra il 2022 e il 2025 i rimpatri dei migranti sono cresciuti, ma questo è avvenuto fuori dai Cpr. Nel 2022 erano funzionanti dieci centri, con 803 posti effettivi: 6.457 ingressi, 3.154 rimpatri preceduti da trattenimento nei Cpr. Nel 2025 i Cpr sono saliti a undici, i posti sono diventati 883; gli ingressi sono aumentati, ma i rimpatri dai centri sono scesi a 1.732, cioè sono diminuiti del 45,1 per cento rispetto al 2022.

Più detenzione, meno rimpatri

Nello stesso periodo i rimpatri forzati complessivi sono cresciuti del 22,2 per cento (da 3.916 a 4.784), perché quelli eseguiti senza trattenimento nei Cpr sono quadruplicati, da 762 a 3.052. Nei dieci anni 2015-2025 più della metà dei rimpatri forzati è stata eseguita senza precedente trattenimento in un centro. Nello stesso anno si sono registrati 6.835 ingressi nei Cpr, un vero record. Quindi più detenzione non significa più rimpatri.

Luoghi di terrore

“Si rinchiudono le persone in luoghi di terrore, segnati da continue violazioni dei diritti umani, atti di autolesionismo e morte – dichiara Fabrizio Coresi, esperto di migrazioni di ActionAid -. Il costo umano dei Cpr è intollerabile e quello economico ingiustificabile. Quindi qual è il vero obiettivo dei centri? La paura di essere internati dovrebbe dissuadere i migranti dal partire? È questa la deterrenza del governo? I dati dello stesso ministero certificano che non garantiscono i rimpatri promessi e non funzionano. Eppure, se ne annunciano di nuovi e si continua a investire in questi gironi infernali da dove le persone escono e spesso rientrano in condizioni disperate. I Cpr riguardano la nostra democrazia, non solo le persone che loro malgrado vi finiscono senza aver commesso alcun reato”.

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Costi umani

L’analisi di Actionaid evidenzia come ciascun rimpatrio sia ottenuto con una sempre maggiore privazione della libertà. Tra il 2018 e il 2024 si contavano fra le 62 e le 84 giornate di trattenimento nei centri prima di arrivare al rimpatrio. Nel 2025 la media delle giornate di detenzione è salita a circa 148, quasi più del doppio.

Sempre tra il 2018 e il 2024 oltre 2 mila persone sono state trattenute pur in assenza di concrete prospettive di allontanamento, vista l’assenza di efficaci canali di riammissione nei Paesi di origine. La capacità di eseguire i rimpatri varia, infatti, a seconda della nazionalità.

“L'espansione dei Cpr aumenta l'intensità coercitiva del sistema senza produrre un corrispondente aumento della capacità di rimpatrio - spiega Giuseppe Campesi, docente dell’università di Bari -. Se la privazione della libertà non produce un beneficio esecutivo aggiuntivo, il problema non è più soltanto di efficienza: diventa un problema di necessità, proporzionalità e quindi di legittimità”.

Questa politica ha un prezzo molto alto che paga chi rimane rinchiuso. Tra il 2024 e il 2026 la piattaforma Trattenuti che rende consultabili dati e costi dei centri di detenzione per stranieri, documenta almeno cinque decessi di persone trattenute, oltre a tentativi di suicidio, autolesionismo, scioperi della fame, rivolte e incendi.

L’ultimo in ordine di tempo è avvenuto nel Cpr di Palazzo San Gervasio (Potenza), dove ad agosto scorso il trentenne tunisino Lassoued Dhoui è precipitato dal tetto di un campetto della struttura, appena quattro giorni dopo essere stato rinchiuso. Aveva problemi psichiatrici.

Costi economici

Il Cpr del potentino è risultato il più costoso d’Italia nel 2025: oltre 4 milioni di euro tra gestione e manutenzione. Nello stesso anno il costo medio di un centro è di oltre 2 milioni e mezzo di euro.

“La ricostruzione economica è prudente e non esaustiva – scrivono i curatori del report, che denunciano anche la scarsa trasparenza nel fornire i dati da parte del ministero dell’Interno e delle prefetture -. Lo dimostrano i costi accessori per l’Albania: 7.401.035,88 euro di contratti e spese maturate, distribuiti tra amministrazioni diverse tra gennaio 2025 e aprile 2026. E le spese per il vitto e l’alloggio delle forze dell’ordine nei Cpr remoti come Macomer (Nuoro), oltre due milioni, e Palazzo San Gervasio, quasi un milione di euro”.

Boom della spesa

Tra il 2018 e il 2025 la spesa per il sistema detentivo, inclusi i Ctra, centri di trattenimento per richiedenti asilo in procedura di frontiera, ammonta complessivamente ad almeno 217,1 milioni di euro. Nel solo triennio 2023-2025 si concentra il 66,2 per cento della spesa degli otto anni considerati.

“L’aumento recente non è spiegato soltanto dagli investimenti straordinari in Albania – si legge nell’indagine -: considerando i soli Cpr sul territorio italiano tra il 2023 e il 2025 la spesa è cresciuta del 40,5 per cento e quella per la sola gestione e manutenzione ordinaria del 45,7”. Per ogni rimpatrio che passa da un centro, Cpr e Ctra, in Italia e in Albania nel 2023 si spendevano circa 6.455 euro, nel 2025 ben 16.560 euro, con un aumento del 156,5 per cento. Di soldi pubblici naturalmente.