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La strage

I martiri di Marzabotto, un monito alle generazioni future

Ilaria Romeo
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Tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944 solo nella valle tra il Reno e il Setta, i soldati tedeschi con la complicità dei fascisti italiani massacrano circa 800 persone (la cifra più accreditata è quella di 770 vittime, di cui 217 bambini, 392 donne e 132 anziani)

La strage di Marzabotto (dal maggiore dei comuni colpiti), o più correttamente eccidio di Monte Sole, è una strage premeditata, eseguita con fredda metodicità, che non risparmia anziani, donne e bambini. Nessuna rappresaglia, nessuna vendetta. Solo l’intenzione di distruggere e uccidere.

Dopo l’eccidio di Sant’Anna di Stazzema avvenuto il 12 agosto 1944, inizia quella che viene ricordata come "la marcia della morte", che attraversando Versilia e Lunigiana giungerà al bolognese con lo scopo di fare terra bruciata attorno alle formazioni partigiane nelle retrovie della linea gotica sterminando le popolazioni che le appoggiavano. Tutto ha inizio la mattina del 29 settembre.

“Prima di muovere all’attacco dei partigiani - riporta il sito dell’Anpi Emilia Romagna - quattro reparti delle truppe naziste, comprendenti sia SS che soldati della Wehrmacht, accerchiarono e rastrellarono una vasta area di territorio compresa tra le valli del Setta e del Reno, utilizzando anche armamenti pesanti. 'Quindi - ricorda lo scrittore bolognese Federico Zardi - dalle frazioni di Panico, di Vado, di Quercia, di Grizzana, di Pioppe di Salvaro e della periferia del capoluogo le truppe si mossero all’assalto delle abitazioni, delle cascine, delle scuole', e fecero terra bruciata di tutto e di tutti. Nella frazione di Casaglia di Monte Sole, la popolazione atterrita si rifugiò nella chiesa di Santa Maria Assunta, raccogliendosi in preghiera. Irruppero i tedeschi, uccidendo con una raffica di mitragliatrice il sacerdote, don Ubaldo Marchioni, e tre anziani. Le altre persone, raccolte nel cimitero, furono mitragliate: 195 vittime, di 28 famiglie diverse tra le quali 50 bambini. Fu l’inizio della strage. Ogni località, ogni frazione, ogni casolare fu setacciato dai soldati nazisti e non fu risparmiato nessuno”.

Il 25 settembre 1949 il Presidente della Repubblica Italiana Luigi Einaudi conferiva a Marzabotto la Medaglia d’Oro al Valore Militare, per il sacrificio dei suoi abitanti nella lotta di liberazione. Il testo della medaglia indica 1830 caduti, come dato complessivo degli uccisi dai nazifascisti in un territorio più ampio di quello comunale (fra Monte Venere, nel comune di Monzuno e Monte Sole, nel comune di Marzabotto), dall’8 settembre 1943 al 1° novembre 1944.

“Incassata fra le scoscese rupi e le verdi boscaglie dell’antica terra etrusca - si legge nella motivazione -  Marzabotto preferì ferro, fuoco e distruzioni piuttosto che cedere all’oppressore. Per quattordici mesi sopportò la dura prepotenza delle orde teutoniche che non riuscirono a debellare la fierezza dei suoi figli arroccati sulle aspre vette di Monte Venere e di Monte Sole sorretti dall’amore e dall’incitamento dei vecchi, delle donne e dei fanciulli. Gli spietati massacri degli inermi giovanetti, delle fiorenti spose e dei genitori cadenti non la domarono ed i suoi 1830 morti riposano sui monti e nelle valli a perenne monito alle future generazioni di quanto possa l’amore per la Patria”.

“La mia vita è stata martoriata - racconterà molti anni dopo Ferruccio Laffi, un sopravvissuto - Sono stato cinquant’anni senza parlare di queste cose: prima c’era silenzio, poi hanno scoperto ‘l’armadio della vergogna’ ed è venuto tutto alla luce. All’inizio facevo fatica a raccontare, volevo solo dimenticare, ma non si riesce a farlo. È sempre una ferita che fa male”.

Ma che cos’è l’armadio della vergogna? Nell’estate del 1994, Antonino Intelisano, procuratore militare di Roma, mentre cerca documentazione su Priebke e Karl Hass, scopre casualmente in uno scantinato della procura militare un armadio (l’armadio della vergogna) contenente 695 fascicoli “archiviati provvisoriamente”, riguardanti crimini di guerra commessi da tedeschi e repubblichini.

Si tratta di materiale documentale - per lo più relativi ad attività istruttoria - che era stato raccolto dalla Procura generale del Tribunale supremo militare, incaricato dal Consiglio dei Ministri. All’interno dell’armadio fascicoli sulle più importanti stragi del periodo bellico, fra le quali l’eccidio di Sant’Anna di Stazzema, l’eccidio delle Fosse Ardeatine, la strage di Marzabotto, gli eccidi di Monchio e Cervarolo, di Capistrello, di Coriza, di Lero, di Scarpanto, la strage del Duomo di San Miniato e gli eccidi dell’alto Reno.

“La nostra pietà per loro significhi che tutti gli uomini e le donne sappiano vigilare perché mai più il nazifascismo risorga” è la scritta, semplice eppure piena di significati, che oggi accoglie chi si arrampica fino al cimitero di Casaglia, sopra Marzabotto, sull’Appennino Bolognese. Perché non accada mai più, ricordiamolo.