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Buggerru

Una strage operaia e quello sciopero che cambiò tutto

Ilaria Romeo
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Nella Sardegna di inizio Novecento i minatori, stanchi delle vessazioni dei padroni, protestano. Intervengono due compagnie di fanteria. Sparano e uccidono, ma l'Italia del lavoro reagisce tutta assieme. La politica è scossa. Le elezioni anticipate. Due anni più tardi nascerà la CGdL

Il 4 settembre 1904, a Buggerru, comune situato sulla costa occidentale della Sardegna, nella sub-regione dell’Iglesiente, i minatori si ribellano ai soprusi padronali e decidono di incrociare le braccia. I dirigenti della società francese che gestisce la miniera e le terre circostanti chiedono l’aiuto delle autorità piemontesi che mandano nel piccolo centro dell’Isola due compagnie di fanteria. Il tragico bilancio finale sarà di tre (secondo alcune fonti quattro) morti e decine di feriti. “Era fatale. Era inevitabile - si legge su La Primavera Umana del 18 settembre 1904 - Il direttore di Buggerru aveva sete di sangue, e sangue ebbe finalmente”. 

“Gli operai erano stanchi delle prepotenze e delle vessazioni - scriveva Giuseppe Dessì nel Paese d’Ombre - Dal fondo della piazza volò un sasso che passò sopra la folla e finì contro i vetri della falegnameria. Fu l’inizio di un crescendo. I sassi ormai cadevano fitti quando, nel panico di un istante che sarebbe difficile scomporre nella sua fulminea successione cronologica, qualcuno, rimasto sempre sconosciuto, diede un ordine secco ed energico che i soldati eseguirono automaticamente”. “Come un solo uomo”, i militari si fermarono, “puntarono a terra il calcio dei fucili, inastarono la baionetta; poi con un gesto rapido, sicuro, fecero scorrere il carrello di caricamento, misero la pallottola in canna. Non tutti lasciarono partire il colpo, ma molti lo fecero e furono soddisfatti del loro gesto. Quella cartuccia li avrebbe salvati. Più tardi, durante l’inchiesta, risultò che i fucili avevano sparato da soli e che le autorità ignoravano che i soldati avessero le giberne piene di cartucce”.

L’indignazione generale per l’accaduto porterà alla proclamazione del primo sciopero nazionale della nostra storia. L’11 settembre la Camera del lavoro di Milano approva una mozione per lo sciopero generale da organizzare in tutta Italia entro otto giorni. Ma qualche giorno dopo, il 14 settembre a Castelluzzo, in provincia di Trapani, si verifica un altro eccidio; durante una manifestazione dei contadini, che protestavano contro lo scioglimento di una riunione locale e l’arresto di un socialista dirigente di una cooperativa agricola, i carabinieri sparano sulla folla lasciando sul terreno morti e feriti. Alla notizia dell’ennesima strage la Camera del lavoro di Milano proclama lo sciopero generale nazionale che si protrarrà dal 16 al 21 settembre.

Lo sciopero comincia ad attuarsi con larga partecipazione a Milano e a Genova e via via a Parma, Torino, Bologna, Livorno, Roma. Nei giorni seguenti la mobilitazione coinvolgerà Bari, Napoli, Palermo, Catanzaro, Brescia, Biella, Venezia e Perugia. La protesta terminerà il 21 settembre con l’impegno assunto da parte di un nutrito gruppo di parlamentari socialisti a presentare immediatamente in Parlamento una proposta di legge diretta a vietare l’uso delle armi da parte della forza pubblica durante i conflitti di lavoro.

Scriveva qualche anno fa Carlo Ghezzi: “Nulla sarà più come prima. Giolitti, facendo leva sullo spavento che lo sciopero generale aveva provocato sui ceti moderati e sulle destre, chiese al re di sciogliere le Camere e di indire le elezioni anticipate, poi fece grandi pressioni sui cattolici, fino ad allora astensionisti, perché si recassero alle urne. Nonostante avesse visto notevolmente accresciuti i propri suffragi in ogni parte del paese, nel voto anticipato del 9-11 novembre del 1904 il partito socialista perse cinque deputati in Parlamento. La stagione di innovative aperture politiche e sociali di Giolitti si sarebbe logorata in quel contesto. La breve fase delle aperture del giolittismo si arenerà rapidamente, segnata da incertezze, tatticismi, nuove repressioni e nuove stragi. Avrebbe governato ancora per anni galleggiando e traccheggiando ma senza promuovere riforme o innovazioni politiche. Sarebbe poi giunto a maturare la sciagurata scelta dell’avventura coloniale in Libia che lo riportava verso convergenze con i nazionalisti e i reazionari. La sinistra, dopo lo sciopero generale del 1904, si sarebbe divisa irreparabilmente, sollevando al proprio interno reciproche accuse di opportunismo rivolte ad alcuni per non aver voluto assumere la direzione di quel grandioso movimento di lotta e accuse opposte di avventurismo lanciate dai secondi verso i primi per avere indetto e sostenuto lo sciopero generale. Parimenti si arroventerà la polemica tra le organizzazioni politiche della sinistra e le organizzazioni sindacali”.

“Era chiaramente mancata nel 1904 - prosegue Ghezzi - un’organizzazione centrale capace di coordinare e  organizzare il movimento e le sue grandi potenzialità. Le Camere del lavoro e le federazioni nazionali di categoria maturarono così la necessità di uscire da forme fragili di coordinamento, di uscire dal localismo e di darsi definitivamente una sola e forte struttura nazionale di direzione e organizzazione. Nel corso dei successivi due anni avrebbero dato vita alla CGdL, avrebbero fondato quella Confederazione generale del lavoro nata nel 1906 che tanto avrebbe segnato la storia d’Italia nel secolo che abbiamo alle spalle”.