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L'intervista

Per un'economia di pace

Simona Ciaramitaro
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La riconversione delle industrie belliche e il dirottamento delle spese per gli armamenti su sanità, scuola e servizi: proposte per imprimere un cambio di direzione in questa crisi da pandemia. L'intervista a Susanna Camusso (Cgil) e Carlo Cefaloni (Città Nuova)

La ricorrenza del 2 Giugno assume un valore ancor più simbolico in questa Italia del 2020 in uscita da un’emergenza inedita che, come nel ’46, chiede uno sforzo per ricostruire. La fatica è però quella di imprimere una reale svolta principalmente in materia di diritti e di economia, perché la pandemia ha evidenziato prepotentemente i limiti e le storture della strada che sino a oggi ci siamo ostinati a percorrere. Si rinnovano quindi con maggiore forza gli appelli che vengono dal mondo dell’associazionismo per la riconversione in un’economia di pace di quelle spese militari costosissime per l’acquisto di caccia F-35 e sommergibili U-212, effettuate con il denaro delle tasse sottratto "alla sanità, alla scuola, all’accoglienza e alle famiglie", come si legge nel documento di Nigrizia, Mosaico di Pace e Missione Oggi, sostenuti anche da Rete italiana per il disarmo, Rete della pace e Sbilanciamoci.

A essere però inaccettabile non è solamente l’ammontare delle spese militari del nostro Paese, ma anche il ricavo della vendita di sistemi militari made in Italy. Si tratta di 4 miliardi e 85 milioni di euro di operazioni all’esportazione autorizzate, nonostante ci sia stato un rallentamento delle autorizzazioni da parte dell’Uama, l’authority incardinata presso il ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale. I dati sono quelli forniti dalla “Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento” riferita all’anno 2019 e consegnata al Parlamento lo scorso 12 maggio.

L’export dell’industria della guerra è indirizzato soprattutto verso quei Paesi dove sono in corso conflitti e dove la popolazione è vessata da regimi autoritari. In cima alla lista c’è l’Egitto di Al Sisi: elicotteri da guerra, armi automatiche, bombe, siluri, razzi, missili e apparecchiature per l’addestramento militare per un ammontare totale di 871 milioni di euro sono stati venduti al Paese che ancora non ha saputo fornire risposte sull’uccisione di Giulio Regeni. L’autorizzazione da parte delle autorità italiane è stata giudicata “gravissima e offensiva” dalla Rete italiana per il disarmo e dalla Rete della pace che ricordano le pesanti violazioni dei diritti umani parte del governo egiziano.

Se proseguiamo con la panoramica geografica delle esportazioni nostrane di armi, vediamo che la fetta più grossa della torta dei Paesi acquirenti è rappresentata dall’area dell’Africa del nord e da quella mediorientale (32,65%). Quindi, oltre all’Egitto, troviamo il Turkmekistan, un Paese assoggettato a un regime dittatoriale, e poi Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, entrambi coinvolti nel conflitto in Yemen. Nonostante dallo scorso luglio sia attiva la sospensione delle vendite di bombe d’aereo e missili verso i due Paesi, lo scorso anno sono state rilasciate nuove autorizzazioni per quasi 200 milioni di euro e consegne definitive certificate dalle Dogane del valore di 190 milioni di euro. L’Italia poi dedica oltre il 37% delle sue esportazioni di materiale bellico ai Paesi europei membri dell’Unione e della Nato, l’8,22 all’Asia, il 7,87 all’America settentrionale, il 5,83 all’Oceania e il 4,27 all’America centro meridionale.

Come fa notare Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere e le politiche di sicurezza e difesa, le operazioni autorizzate riguardano in gran parte governi extra europei ed extra Trattato atlantico. Le vendite di armamenti sono globalmente in calo, ma il giro d’affari continua a stridere con la legge 185 del 1990, secondo al quale le esportazioni di armamenti devono essere regolamentate dallo Stato sulla base del principio costituzionale che “ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.

Sotto accusa dalle associazioni pacifiste le industrie che producono armi, ma chiarimenti vengono chiesti anche al governo italiano. L’appello sopracitato sollecita infatti l’attivazione di una moratoria sulla spesa militare e sistemi d’arma per almeno un anno, riconvertendo tale spesa nella sanità, nella scuola, nella cultura, nella difesa dell’ambiente, nelle comunità locali, e poi associa una chiamata alla partecipazione attiva dei cittadini, chiedendo l’impegno a verificare le banche in cui si depositano i risparmi evitando i gruppi bancari che finanziano, giustificano e sostengono l’industria, il commercio e la ricerca militare; a verificare le fonti delle donazioni a comunità religiose e associazioni, anche rinunciando a provenienze dubbie; a fare opera di sensibilizzazione sul tema della riconversione delle spese, delle aziende militari e delle operazioni bancarie per promuovere le aziende e i fondi destinati a sostenere la vita.