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Esiste un ladro silenzioso che ogni mese entra nelle buste paga di milioni di lavoratori e nei cedolini dei pensionati. Non forza serrature, non lascia impronte e soprattutto non ha bisogno di nuove leggi per agire. Si chiama fiscal drag, letteralmente drenaggio fiscale. È il meccanismo che permette allo Stato di incassare più tasse anche quando chi lavora non è diventato affatto più ricco. Anzi, spesso è diventato più povero.
Il paradosso è semplice: i salari aumentano per inseguire il costo della vita, ma il fisco considera quegli aumenti come maggiore ricchezza. E così una parte del recupero salariale finisce nelle casse dello Stato.
Come funziona il fiscal drag
Il nostro sistema fiscale è progressivo: più cresce il reddito, più aumenta la percentuale di imposte applicata alle fasce superiori. Ma gli scaglioni Irpef e le detrazioni non vengono automaticamente aggiornati all’inflazione. Facciamo un esempio. Un lavoratore guadagna 30 mila euro lordi all'anno. Dopo un rinnovo contrattuale ottiene un aumento del 5%, pari a 1.500 euro. Se anche i prezzi sono cresciuti del 5%, il suo potere d’acquisto è rimasto sostanzialmente identico. Per il fisco, però, quel lavoratore guadagna di più. E i 1.500 euro aggiuntivi vengono tassati, nel 2026, con un'aliquota marginale del 33%, per un'imposta di 495 euro, prima di considerare detrazioni e addizionali.
Attenzione: non tutti quei 495 euro sono fiscal drag. Il drenaggio è la maggiore imposta rispetto a quella che si pagherebbe se scaglioni e detrazioni fossero aggiornati all’inflazione. Può verificarsi anche senza passare a uno scaglione superiore, per effetto della riduzione delle detrazioni. In sostanza, il lavoratore ottiene un aumento per non diventare più povero, ma il sistema fiscale gliene sottrae una parte.
Venticinque miliardi sottratti a lavoratori e pensionati
Secondo le elaborazioni della Cgil, tra il 2022 e il 2024 il drenaggio fiscale ha sottratto circa 25 miliardi di euro ai redditi da lavoro dipendente e da pensione. Una stima sindacale che fotografa gli effetti dell’inflazione sul prelievo fiscale. Per un lavoratore con un reddito annuo di 30 mila euro, il fiscal drag accumulato nel triennio equivale a circa mille euro.
“Quelle somme vanno restituite subito, anche con un conguaglio fiscale”, chiede da tempo il sindacato. A essere penalizzati sono soprattutto i ceti medio-bassi. Lavoratori che aspettano anni per un rinnovo contrattuale e pensionati che ricevono rivalutazioni destinate a compensare, almeno parzialmente, il carovita. Quando finalmente arrivano gli aumenti, una parte viene assorbita dal fisco.
Anche i pensionati pagano il conto
Il drenaggio fiscale colpisce anche chi vive di pensione. La rivalutazione degli assegni, pensata per recuperare almeno una parte dell’inflazione, può determinare un aumento delle imposte e una riduzione delle detrazioni. Così una quota di quanto riconosciuto per compensare il carovita torna nelle casse dello Stato.
Secondo le elaborazioni dello Spi Cgil, un pensionato con un assegno di circa 1.360 euro ha perso, dal 2022, una somma vicina a un’intera mensilità per effetto del fiscal drag. Un danno particolarmente pesante per chi deve già fare i conti con l'aumento dei prezzi di alimentari, bollette, farmaci e servizi essenziali. La pensione cresce sulla carta, ma il potere d’acquisto non recupera quanto perduto.
I tagli del governo non bastano
Il governo Meloni rivendica la riduzione delle aliquote Irpef. Dal 2026 quella applicata alla fascia tra 28 mila e 50 mila euro è scesa dal 35 al 33%. Ma per un reddito imponibile di 30 mila euro il risparmio teorico è appena di 40 euro all'anno. Il taglio produce un beneficio, ma non cancella automaticamente il maggiore prelievo accumulato negli anni precedenti.
La questione fiscale non si risolve semplicemente con qualche intervento su qualche aliquota, servirebbe una riforma complessiva che riduca la tassazione strutturalmente, stabilmente. Il risultato è una contraddizione evidente: il governo annuncia meno tasse, mentre lavoratori e pensionati continuano a pagare il conto dell’inflazione.
Landini: “l lavoro dipendente e i pensionati pagano più tasse”
“Il lavoro dipendente e i pensionati sono quelli che continuano a pagare più tasse di tutti gli altri”, sottolinea Maurizio Landini. Per il segretario generale della Cgil, “l’impoverimento delle persone, la gente che non arriva a fine mese, è legato anche a un abbassamento dei salari ed un sistema fiscale che penalizza proprio il lavoro dipendente e i pensionati”.
La proposta del sindacato è duplice: restituire quanto sottratto dal drenaggio fiscale e introdurre un adeguamento automatico di scaglioni e detrazioni all'inflazione. Le risorse, sostiene la Cgil, vanno cercate contrastando l'evasione e intervenendo su rendite, patrimoni e profitti.
Perché il fiscal drag non è soltanto una questione di calcoli e aliquote. È una questione di giustizia sociale. Non basta annunciare aumenti salariali se poi una parte del recupero finisce nelle casse dello Stato. Il problema non è soltanto quanto cresce la busta paga. È quanto ne rimane davvero in tasca.






























