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L'intervista

«Un vaccino per gli invisibili»

Foto: Balducci/Sintesi
Carlo Ruggiero
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Kurosh Danesh, Cgil: “La Costituzione assicura le cure a prescindere dallo status giuridico, ma spesso bisogna superare scogli enormi per raggiungere chi è senza permesso di soggiorno. Il governo faccia di più e coinvolga sindacato e terzo settore”

Stando alle ultime stime, in Italia vivono circa 562mila migranti senza permesso di soggiorno. Persone a cui è stata respinta la richiesta d’asilo, che sono di passaggio, o che hanno perso il lavoro e a causa della legge Bossi-Fini non hanno più diritto di vivere nel nostro Paese. La pandemia ha presumibilmente aumentato il numero dei sans papier, e la loro copertura sanitaria e vaccinale sta cominciando a diventare un tema di discussione. Circa un mese fa, l'allora commissario all'emergenza sanitaria Domenico Arcuri in Tv disse:“Tutte le persone che attraversano le nostre strade, e che non lo facciano clandestinamente, possano essere sottoposte alla vaccinazione e ovviamente è importante dire che non lo facciano clandestinamente".

“Non è così, perché l'articolo 32 della Costituzione mette la salute a capo dell'individuo, non del cittadino. Il diritto alle cure, quindi, è assicurato a prescindere dallo status giuridico. Questo vuol dire che tutti i migranti, anche i cosiddetti irregolari, hanno diritto all'accesso ai vaccini. Basta un documento di riconoscimento qualsiasi, pure se è scaduto”. A spiegarlo è Kurosh Danesh, responsabile del dipartimento immigrazione della Cgil.

Una tesi confermata, tra l'altro, dal decreto legislativo 286 del 25 luglio 1998, che all’articolo 35, comma 3, afferma: "Ai cittadini stranieri presenti sul territorio nazionale, non in regola con le norme relative all'ingresso ed al soggiorno, sono garantite le vaccinazioni secondo la normativa e nell'ambito di interventi di campagne di prevenzione collettiva”.

E' proprio così. All'inizio del piano vaccinale è stato anche sollevato qualche controversia, che però abbiamo fugato del tutto con le Faq presenti sul sito dell'Aifa, in cui si legge testualmente: “Saranno vaccinate tutte le persone presenti sul territorio italiano, residenti, con o senza permesso di soggiorno ai sensi dell’articolo 35 del testo unico sull’immigrazione”. Quindi in sul fronte normativo, cioè in termini di prestazione, il dubbio non sussiste.

Allora dove sta il problema?

Sta nell'aspetto pratico. C'è molto da fare, a partire dall'informazione verso persone che spesso non sono nemmeno a conoscenza dei propri diritti. Per permettere loro l'accesso alle cure e ai vaccini bisogna trovare metodi efficaci di comunicazione, coinvolgendo chi si occupa concretamente di queste persone sul territorio. E cioè: sindacati, associazioni di volontariato e del terzo settore. Tutte realtà che già fanno attività di questo genere e che hanno competenze e strumenti per intercettarle.

Non è un lavoro semplice.

Certamente non lo è, ma è assolutamente necessario. Ci troviamo di fronte a due contesti diversi. Da una parte ci sono gli immigrati regolari, che hanno la possibilità di accedere alla sanità pubblica senza problemi, come tutti gli italiani. Dall'altra, però, c'è la presenza di mezzo milione di persone senza permesso di soggiorno. Ed è per questi che bisogna trovare una soluzione e agire in maniera diversa. Perché spesso bisogna superare barriere enormi. Il più delle volte, questi migranti non sono disponibili a esporsi, nutrono mille paure e vivono in grande difficoltà. Presentarsi per la vaccinazione vorrebbe dire in qualche modo dichiararsi irregolari, e per loro può essere molto complicato. Su questo fronte non c'è ancora stata una presa di posizione decisa da parte della politica e del governo. Insomma, se teoricamente l'accesso alle cure in Italia è assicurato a tutti, nella pratica c'è ancora molto da fare. Anche perché nel Piano vaccinale nazionale questo aspetto non è del tutto chiaro.

Cosa fare, allora?

Noi, come sindacato, stiamo facendo da tempo mediazione culturale e informazione sul diritto universale alla salute nei luoghi di lavoro in cui siamo presenti, soprattutto nei campi. Facciamo ciò che possiamo, dove possiamo. E lo sta facendo anche buona parte del terzo settore che già lavora coi migranti. Ma serve una strategia complessiva. Lo ripeto: il governo deve intervenire direttamente attraverso il Ministero della salute, coinvolgendo tutte queste realtà per arrivare dove non è in grado di arrivare da solo.