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Ci sono immagini che non si limitano a commemorare un evento, ma ne svelano il significato profondo. Quella scelta per il francobollo celebrativo dei 120 anni della Cgil ne è un chiaro esempio. Non ritrae un singolo dirigente né pone al centro un protagonista isolato. Al contrario, mostra un’aula affollata: uomini e donne raccolti nel medesimo spazio, con lo sguardo in gran parte rivolto verso l’obiettivo.
È lo scatto del Congresso delle organizzazioni di resistenza, tenutosi a Milano dal 29 settembre al 1° ottobre 1906, nel quale venne costituita la Confederazione generale del lavoro (Cgdl). La fotografia fu realizzata dallo studio milanese di Italo Pacchioni, in corso Genova 20, all’interno della grande e ormai scomparsa sala della Camera del lavoro di via Crocifisso. Rappresenta l’unica testimonianza visiva giunta fino a noi del Congresso costitutivo.
I partecipanti appaiono radunati sotto l’emblematica scritta “Proletari di tutto il mondo unitevi!”. Come ricordato nel volume Il lavoro della Confederazione (Milano, 1988), la preparazione dello scatto aveva richiesto un lungo lavoro: il sopralluogo per valutare luce e spazi, la scelta dell’inquadratura, l’attenta disposizione delle circa 200 persone presenti davanti alla grande macchina fotografica a lastre 18×24.
Il 1° ottobre 1906, a conclusione dei lavori, 500 delegati - in rappresentanza di 58 Camere del lavoro e 14 Federazioni di categoria - fondarono la nuova Confederazione, dando voce a circa 250 mila iscritti distribuiti in circa 700 leghe.
Questi numeri sintetizzano un momento fondativo, ma raccontano anche il percorso che lo aveva preceduto. La Cgdl non nacque improvvisamente: alle sue spalle vi erano decenni di mobilitazioni, conflitti, solidarietà e tentativi di unificare esperienze fino ad allora disperse. La sfida cruciale consisteva nel connettere quella fitta rete di leghe, organizzazioni di mestiere, Federazioni e Camere del lavoro, trasformandola in un soggetto d’azione su scala nazionale.
Se le Camere del lavoro univano sul territorio lavoratori di mestieri differenti, le Federazioni ne organizzavano le singole categorie. La Cgdl nacque proprio dalla sintesi tra queste due dimensioni: territoriale e categoriale, orizzontale e verticale. Più che un semplice assetto organizzativo, fu il tentativo politico di costruire una rappresentanza ad ampio raggio, capace di ricomporre condizioni e interessi diversi.
È anche per questa ragione che la fotografia continua a parlarci. Sebbene la storia della Cgil sia stata spesso narrata attraverso le figure dei suoi segretari generali, dei quadri dirigenti, dei congressi e delle grandi lotte di piazza, quell’immagine ne rivela l’ossatura fondamentale: il soggetto collettivo senza il quale nessuna organizzazione potrebbe esistere.
Vediamo persone che si riuniscono, si confrontano, votano e scelgono di organizzarsi. Lo scatto, da solo, non può rivelarci quali fossero le posizioni espresse, i rapporti di forza o i dibattiti che avevano preceduto la posa, elementi per i quali occorre ricorrere agli atti congressuali, alla stampa dell’epoca e alle carte d’archivio. Tuttavia, restituisce un valore che nessun verbale può offrire con pari forza: la presenza fisica delle persone, i loro volti, la condivisione materiale dello spazio.
Osservando l’immagine con più attenzione, si scorgono anche alcune figure femminili. Le fonti storiche ne identificano con certezza tre: Ines Oddone Bitelli (di Gallarate), Ida Persano (della Federazione arti tessili di Torino) e Argentina Bonetti Altobelli, fondatrice della Federazione nazionale dei lavoratori della terra e membro del Consiglio direttivo della Cgdl fin dalla sua fondazione. Sebbene la presenza femminile potesse essere numericamente maggiore, unicamente di queste tre ci sono giunti i nomi. Non si tratta di un dettaglio secondario: le donne furono parte integrante del movimento sindacale fin dalle sue origini, pur in un contesto in cui è risultato spesso difficile rintracciarne le voci, ricostruirne i percorsi o persino tramandarne la memoria.
A tal proposito, Barbara Imbergamo e Anna Scattigno hanno evidenziato la frammentarietà con cui gli interventi femminili sono stati registrati nei resoconti delle Camere del lavoro e dei congressi dell’epoca: “Non è facile - scrivono - rintracciare voci, presenze, interventi di donne, nelle attività delle Camere del lavoro, o nei resoconti delle riunioni e dei congressi di leghe e federazioni. I delegati erano in prevalenza uomini e le donne quando c’erano faticavano a farsi sentire”.
Imbergamo e Scattigno così continuano: “Nel 1901, al Congresso fondativo della Federazione dei lavoratori della terra, Argentina Altobelli invitava le donne delle leghe femminili a intervenire: «[vorrei] che si lasciasse la facoltà di parlare alle rappresentanti delle leghe femminili che sono sorgenti da poco tempo e sono un fenomeno nuovo e interessante - si legge nel resoconto stenografico del primo Congresso della Federazione nazionale dei lavoratori della terra - E siccome, purtroppo, le donne non sono ancora abituate ai congressi, così se qualcuna di esse crede di poter parlare sull’organizzazione del suo paese, si faccia iscrivere e chieda al presidente di riservarle la parola»”.
Le due studiose concludono: “Le donne c’erano e anche in quell’occasione furono cinque le delegate di leghe bracciantili della Valle Padana a portare il loro contributo al dibattito di fondazione della Federazione nazionale dei lavoratori della terra. Le Camere del lavoro furono negli anni luoghi importanti di formazione politica e sindacale, e diverse delle donne più attive nel lavoro di organizzazione e di propaganda vi ricoprirono funzioni direttive”.
La vicenda di Ida Persano esemplifica in modo emblematico questa criticità della memoria storica. Di lei si conosce pochissimo: la sua presenza nella fotografia, la sua appartenenza alla Federazione arti tessili di Torino e il fatto che fosse considerata una dirigente. La sua biografia personale e la sua parabola sindacale sono tuttavia rimaste quasi completamente nell’ombra. Questa sproporzione pone una domanda importante a chi ricostruisce la storia: come è possibile che una donna presente a un momento fondativo, e riconosciuta come dirigente, abbia lasciato così poche tracce?
La nascita della Confederazione, d’altronde, non avvenne in un clima esente da conflitti. Il Congresso fu attraversato da accesi dibattiti sul rapporto tra sindacato e partiti, sul confronto tra riformismo e sindacalismo rivoluzionario, sull’articolazione tra azione economica e azione politica. La costituzione della Cgdl fu approvata a maggioranza. Durante l’ultima giornata dei lavori una frazione di delegati abbandonò l’aula, incaricando Eugenio Guarino di leggere una dichiarazione che contestava la rappresentatività della nascente struttura. La fotografia non va quindi interpretata come l’icona di un movimento perfettamente unitario o compiuto, quanto piuttosto come l’immagine di un’organizzazione che prende forma attraverso il confronto e il dibattito aperto.
In occasione del cinquantesimo anniversario, Giuseppe Di Vittorio celebrava la fondazione della Confederazione definendola una grande conquista della parte più avanzata della classe operaia.
Mezzo secolo più tardi, Guglielmo Epifani sottolineava come l’identità confederale richieda una costante ricerca dell’unità valorizzando le specificità: “Quel soggetto confederale, che nasce quel giorno – diceva – è altro e più delle rappresentanze di categoria, professione, arte e mestiere e del mutualismo delle origini. Non è altro perché diverso e non è più perché sovraordinato. Ma perché l’identità confederale richiede inevitabilmente una ricerca permanente di valori e politiche di unità, partendo dalle differenze; e un’idea alta di autonomia comunque espressa nelle alterne fasi che hanno segnato la storia dei rapporti fra partiti e sindacati”.
Epifani così argomentava: “Solo un sindacato confederale – quello di ieri e quello di oggi – può tenere unite dentro di sé le ragioni dei lavoratori della terra a quelli dell’industria, quelli pubblici e quelli privati, quelli del Sud e quelli del Nord, gli emigranti e gli immigrati, i giovani che studiano, i disoccupati, gli anziani e i pensionati. Tutto, proprio tutto, della vita centenaria del sindacato italiano sta qui, in quell’atto, in quella scelta, in quell’inizio. In quell’idea – come ci ricorda Vittorio Foa – per la quale battendosi per i propri diritti si pensa insieme sempre ai diritti degli altri”.
Anni dopo, Bruno Trentin avrebbe posto al centro della rappresentanza sindacale i bisogni concreti della persona, individuando in essi la base per una nuova solidarietà. Non una solidarietà intesa come appiattimento salariale o di orario di fronte a condizioni di vita e di lavoro sempre più articolate, bensì una solidarietà mossa dai diritti individuali, capace di trasformare le persone in soggetti consapevoli, in grado di decidere e di sostenere le rivendicazioni altrui. È una riflessione che non va sovrapposta in modo meccanico allo scatto del 1906, ma che offre una chiave di lettura per attraversarne lo sviluppo nel tempo: come dare forma comune a esperienze differenti senza annullarne le specificità?
Il percorso avviato a Milano non fu privo di ostacoli. Seguirono divisioni, repressioni e profonde trasformazioni. La Cgdl fu sciolta durante il fascismo; nell’Italia liberata nacque la Cgil. Eppure quell’immagine è arrivata fino a noi. Non mitizza il passato né presenta eroi idealizzati: testimonia la presenza di uomini e donne riuniti in un luogo preciso, nel contesto dell’Italia giolittiana in rapida trasformazione. Ci ricorda che il lavoro, quando trova forme organizzative, sa farsi soggetto collettivo e che alla base di una grande struttura vi sono sempre persone concrete, con le loro differenze e le loro scelte.
Un francobollo è un piccolo oggetto quotidiano, destinato a circolare di mano in mano. Può tuttavia farsi veicolo di memoria collettiva. Chi lo osserverà a distanza di anni potrà non conoscere i dettagli del Congresso di Milano o le vicende storiche della Cgil, ma vedrà un’aula, uno scatto in bianco e nero, una moltitudine di volti. E potrà chiedersi chi fossero quelle persone e cosa stessero cercando di costruire.
La risposta attiene all’essenza stessa della storia della Cgil: il tentativo di dare una rappresentanza unitaria e nazionale al lavoro italiano e la determinazione a non affrontare da soli la propria condizione. Per celebrare 120 anni non si è scelto un leader o un simbolo astratto, ma una sala gremita di persone. Persone diverse, che decisero di unirsi. Persone diverse, che continuano a scegliere di stare insieme.






















