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Anche i simboli cambiano. Basta sfogliare gli albi delle vecchie fotografie. Una volta, prima del ‘15, bastava dare un’occhiata ai vestiti: l’abito faceva il medico (tutto nero, catena d’oro al panciotto, barba che cadeva sul petto), o il manovale (giacca di fustagno, niente cravatta, mantella di quel panno robusto che tessono nel Casentino), o la piccola signora borghese (l’enorme cappello con gli asprits, la malinconia dei collettini di martora).
L’operaio del Fronte popolare andava in bicicletta sul selciato umido del mattino, aveva la faccia e la casquette, il berretto di Jean Gabin. Quando arrivarono i tedeschi lo proibirono. Adesso il lavoratore, nei corsivi dei polemisti e nell’immaginazione della gente, è il metalmeccanico. Forse perché ha tanto posto nelle industrie, nella vita e nei manifesti di propaganda.
Il socialismo ha rappresentato, sulle tessere e nelle illustrazioni, l’avanzata dei proletari accompagnandola col ritmo dei colpi che giovani uomini muscolosi battevano sulle incudini, e sullo sfondo, nel cielo, brillavano le ruote degli ingranaggi.
Nell’ufficio di Bruno Trentin, pochi mobili “razionali”; c’è l’ingrandimento di un’istantanea scattata all’inizio del secolo; un ragazzo, stringendo la frangia di una bandiera rossa, giura di lottare per la causa dei braccianti di Cerignola. Si chiamava Giuseppe Di Vittorio. Il dottor Trentin ha quarantasei anni, una laurea in legge, due figli. È nato in Francia. Suo padre, professore universitario, se n’era andato perché non voleva dire di sì al fascismo. Fece il tipografo, poi il libraio. Lo misero anche in carcere. Morì di crepacuore.
Bruno Trentin è alto. Cammina un po’ goffo, ha il volto dei capitani dei marines che si vedono al cinematografo: capelli a spazzola, occhi intensi, è imbarazzato, quando sorride si anima. È il segretario generale della Fiom. È comunista. Dicono, anche quelli che gli sono contro, “è un grosso personaggio”.
Raccontano che a Bruxelles c’era un Congresso internazionale, e Trentin non lo conosceva nessuno. Cominciò a parlare: dei cambiamenti avvenuti nelle classi, delle tecniche moderne, della diversa coscienza degli operai, bisognava aver anche una visione che andasse oltre i confini di ogni paese, cambiare i modi di difesa tradizionali. Applausi. Le Monde scrisse che qualcosa si muoveva. Non gli piacciono le interviste, non vuole mescolare la sua storia con i problemi, capisci che questo genere di colloquio è fuori dalle sue abitudini, che sta brigando pazientemente una pratica. È cortese, ma pesanti silenzi lasciano spazio alla pioggia che scroscia. Ha molti impegni, e bisogna che mi decida.
Perché è diventato sindacalista?
Sono stato attratto da una esperienza che mi sembrava nuova. In quel momento non aderivo a nessun partito. C’era da tentare un altro genere di sviluppo, da ricercare formule diverse. Poi, gli aspetti umani: ero affascinato dalla figura di Di Vittorio. È stato determinante nella mia scelta. Il suo calore, l’energia, la capacità di impadronirsi delle questioni anche più lontane dalla sua formazione. Una intelligenza, sì, e una apertura culturale straordinaria.
Che qualità occorrono per fare il suo lavoro?
Non lo so. Forse la cosa più delicata da superare è la necessità di dovere spesso decidere nei tempi più rapidi, sapendo che la tua proposta, o la tua accettazione, ha effetto immediato, e si misura subito.
C’è un motivo per cui molti identificano nel metalmeccanico l’operaio di oggi?
Perché è la categoria più numerosa, quella che ha compiuto in passato gli esperimenti più interessanti, come l’occupazione delle fabbriche, o le lotte del dopoguerra, perché in Italia c’è la Fiat che è la nostra maggiore impresa.
Qual è l’umiliazione più forte che subisce il lavoratore?
Che si decida senza che lui possa aprire bocca e discutere.
Mi dica, se crede, come sarà questa giornata per lei.
Sveglia alle 7.30, prima riunione della Segreteria alle 9, salto in Confederazione a discutere una faccenda, incontro con alcune aziende che hanno situazioni particolari, perché i licenziamenti di rappresaglia cominciano a piovere.
Scusi: incontro con un giornalista, ma ci sbrighiamo alla svelta. Sorride, ma senza contraddirmi.
Pomeriggio, riunione di altre categorie per stabilire il da farsi, stasera parto per Firenze, dove domani c’è una manifestazione. La famiglia la vedo quando è possibile. I figli probabilmente sentono questa mancanza, anche se cerchiamo di compensarla con l’intensità dei rapporti. Mangio con loro tre o quattro volte la settimana. Ieri era festa, ho letto il diario di un rivoluzionario vietnamita del Venti, del Trenta, pubblicato in Francia. Molto bello.
Lei è stato anche deputato. Le è costato molto non ripresentarsi a Montecitorio?
No. Affatto. Anche perché credo che, al di là della incompatibilità, è difficile fare seriamente il parlamentare e seriamente il sindacalista.
Qual è, fra i suoi avversari, quello che stima di più?
È una domanda alla quale preferisco non rispondere. Significa attribuire quasi dei voti.
Anche questo non è meglio. Stessa libertà di silenzio. Qual è il suo stipendio mensile, e quello di uno degli iscritti che rappresenta?
Il mio trecentomila. Uno specializzato guadagna dalle 125 alle 150.
Sarebbe scontento se il suo bambino seguisse la sua strada?
No, perché credo non sia brutta. Ma non lo spero neanche. È attratto dalle materie scientifiche, poi deciderà in modo autonomo, meglio ancora se in ribellione con me.
Molti attribuiscono una parte di responsabilità per questa confusa situazione ai sindacati. Ammette di aver commesso degli errori?
Certo: si sente sempre più l’esigenza di mantenere un rapporto costante con la popolazione. È fondamentale, specialmente quando si mettono in moto grosse forze. Mi spiego. Bisogna trovare nuove forme di agitazione: ad esempio, non bloccare i trasporti ma far salire i viaggiatori senza che paghino il biglietto; gli studenti non dovrebbero stare fuori dalla scuola, ma entrare, ad ascoltare lezioni di sindacalismo.
Esistono, probabilmente, nella sua vicenda delle sconfitte. Quale ha pesato di più?
Ce ne sono tante. Nel ‘66 il contratto che riuscimmo a concludere rappresentò un fatto positivo, scongiurò un arretramento grave, ma fu tutt’altro che una vittoria. Poi la difficoltà di essere capiti dai lavoratori, dopo un anno di duri scioperi: l’accordo salvava l’essenziale del passato, ma non riusciva a dare i benefici che si aspettavano. Fu un momento di profonda delusione. Poi le traversie dell’unità: hanno scottato la nostra pelle, anche se non abbiamo chiuso registro.
Che cosa ha imparato da suo padre?
L’essenziale di quello che, bene o male, sono riuscito a fare, forse la speranza nelle situazioni peggiori, e l’ostinazione, che è la qualità che lo caratterizzava di più. E il disinteresse personale.
Che cosa insegna ai suoi figli? Qual è per lei la qualità fondamentale?
Amare la vita. Bisogna essere insieme moralisti ed epicurei, e cercare quindi il più possibile di dare agli altri, comprendendo i valori che esistono anche nelle cose più semplici, la lettura o il sapere giocare.
Ho letto che lei è il dirigente più preparato del sindacalismo italiano, ma che, come tutti i primi della classe, è democratico più per obbligo che per convinzione. Che gliene pare di questo discorso?
Mi pare sbagliato, sia sul fatto del più preparato, perché non credo di esserlo, sia per ciò che riguarda le mie convinzioni. Con gli amici, ho puntato tutte le ipotesi sulla carta democratica. Penso che bisogna rimettere di continuo in discussione i tabù. Credo di avere il diritto di sostenere le mie idee, specialmente quando sento che non sono popolari. È anche un motivo di lealtà.
Ho letto che lei è un timido molto preso di sé.
Non posso pretendere di conoscermi sufficientemente. Forse sono un po’ timido, forse sono invaghito di me, ma lascio agli altri giudicare. Quello che affermo, con tutta tranquillità, è che non ho mai passato una notte insonne per un posto o una collocazione.
Ho letto che lei è un ambizioso.
Sicuro. Vorrei contribuire in qualche modo all’affermazione del movimento in cui milito, ma non sogno traguardi per la mia carriera, lo so con certezza.
Ho letto che lei è tormentato da una angoscia esistenziale e da un lucido pessimismo.
Gramsci parlava del pessimismo dell’intelligenza e dell’ottimismo della volontà. Tutti vorremmo essere così. Quando qualcosa non va, cerco di capire se dipende anche da me.
Quali difetti si trova? Che virtù si riconosce?
Lasciamo stare.
Che ne dice di chi suggerisce, o chiede, citando la Costituzione, di regolarizzare lo sciopero?
Vuol dire attentare alle strutture della società civile, perché il sindacato che accetta soluzioni di questo genere cambia natura, funzione. Diventerebbe una specie di avvocato dei lavoratori, invece di essere la loro organizzazione per la ricerca non solo di nuovi modi di avanzare, ma anche degli errori. Diventerebbe una macchina burocratica, un gendarme. Questo non esclude il proposito costante di ottenere anche il consenso delle masse, di evitare fratture fra i sindacati e certe categorie di utenti. Significa combattere ogni forma di corporativismo.
Ho letto una sua recente dichiarazione: bisogna battere, dice, gli strateghi dell’avventura. Chi sono i Napoleoni a cui allude?
Non mi faccia fare nomi: parte del gruppo dirigente. Hanno un obiettivo estremamente ambizioso: utilizzare il momento difficile per plasmare organizzazioni operaie di comodo. C’è il pericolo che questa divergenza contrattuale si trasformi in una guerra di religione.
Ha dei rimpianti?
Ne abbiamo tutti. Avrei probabilmente voluto continuare a studiare, e non è detto che in futuro non sia possibile ancora.
Una volta Velio Spano, discutendo su una piazza di Cagliari con padre Lombardi, disse: “Darei la mia anima pur di salvare il destino di un minatore sardo”. Il dottor Bruno Trentin è uno che crede in qualcosa, ed è disposto a pagare.






















