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Le perdite economiche legate al clima in Europa potrebbero toccare i 2.400 miliardi di euro tra il 2031 e 2050. A fare la previsione è il rapporto sullo Stato delle regioni e delle città 2026 del Comitato europeo delle regioni presentato a Bruxelles.
Il report aggiunge un altro dato: per prevenire e mitigare l’impatto delle catastrofi naturali vengono stimati come necessari 69 miliardi di euro di investimenti all’anno. Senza, i territori “diventeranno inabitabili, non competitivi o isolati, il che indebolirebbe sia la coesione sia il mercato unico”. Peccato invece che il bilancio Ue stia tagliando proprio alle voci ambiente e clima.
La crisi climatica investe tutto
La crisi climatica in atto non riguarda soltanto la tutela ambientale, ma investe direttamente la sicurezza dei cittadini, la salute pubblica, le infrastrutture, la competitività e la stabilità delle finanze pubbliche dell’Europa. Un allarme che arriva in concomitanza con l’ultimo bollettino del servizio meteo Ue Copernicus: settembre 2026 è stato il secondo settembre più caldo mai registrato, dopo quello del 2023, e il secondo mese consecutivo del 2026 in cui le temperature globali hanno superato di 1,5 gradi quelle dei livelli preindustriali.
Le proiezioni contenute nel documento sono indicative di quello che ci attende. Nello scenario di un aumento delle temperature globali di 3º gradi centigradi, le previsioni dicono che ogni anno si registreranno quasi 100 mila morti a causa delle ondate di calore che ne seguiranno.
I costi della siccità sono stimati in nove miliardi di euro all’anno, mentre i danni provocati dalle inondazioni costiere potrebbero superare i mille miliardi di euro entro il 2100. Negli ultimi quattro anni, inoltre, gli incendi boschivi sono aumentati del 57 per cento.
È anche per questo che in vista della 31esima Conferenza Onu sul clima, in programma ad Antalya (Turchia) dal 9 al 20 novembre, nel mandato negoziale adottato dai ministri dell’Ambiente, la Ue ha chiesto che la Cop segni un cambiamento radicale nell’attuazione dell’Accordo di Parigi, imprimendo un’accelerazione all’abbandono dei combustibili fossili e alla transizione verso l’energia pulita, con l’elettrificazione al centro.
Impatto non uniforme
L’impatto della crisi climatica però non sarà uniforme, perché le regioni europee presentano livelli differenti di vulnerabilità e capacità di risposta. Per questo il Comitato chiede maggiori risorse europee per l’adattamento climatico, la preparazione alle emergenze e il rafforzamento della resilienza, accompagnate da una governance multilivello e da assistenza tecnica agli enti territoriali.
Una storia tra tutte, che arriva dai territori al confine tra Polonia e Repubblica Ceca, dove le inondazioni del 2024 hanno portato devastazione. Da allora i finanziamenti di Interreg, cioè della cooperazione territoriale europea, hanno permesso a 1.150 tra medici e vigili del fuoco di seguire formazione in comune, condividere le procedure e migliorare sia la cooperazione sia il tasso di risposta a livello transfrontaliero.
Rafforzare la coesione
“L’Europa può rafforzarsi a livello globale se indebolisce la propria coesione interna?”, chiedono i ricercatori del report: “La forza e l`influenza della Ue sul piano globale affondano le radici nei diversi territori del nostro continente. Dipendono da regioni e città coese, resilienti e democratiche, che, in un quadro d’instabilità geopolitica e di molteplici sfide sovrapposte, fanno leva sul potenziale locale, stimolano la competitività, rafforzano la resilienza e tutelano la vita democratica”.
Tagli al clima e all’ambiente
Il percorso che l’Europa sta imboccando, invece, va in direzione contraria. La nuova proposta della presidenza irlandese del Consiglio dell’Ue per il prossimo quadro finanziario pluriennale 2028-2034 prevede una riduzione complessiva del bilancio europeo che si tradurrebbe in tagli significativi agli investimenti per clima e ambiente: ben 159 miliardi di euro di riduzioni al bilancio Ue (141 miliardi a prezzi del 2025). Considerando l’obiettivo di destinare il 35 per cento delle risorse al clima e all’ambiente, la riduzione si tradurrebbe in 30 miliardi in meno per affrontare le sfide climatiche e ambientali dell’Europa.
Necessario un cambio di rotta
Per Greenpeace, Legambiente, Lipu, Wwf, Mira Network e Fondazione Ecosistemi questo rischia di indebolire la capacità dell’Europa di affrontare crisi climatiche, energetiche e ambientali sempre più gravi. Le associazioni chiedono un cambio di rotta: destinare almeno mille miliardi di euro al clima e all'ambiente nel prossimo bilancio europeo, di cui 200 alla biodiversità.
“L'Europa non può pensare di risparmiare tagliando gli investimenti proprio mentre le crisi climatica e ambientale si aggravano e hanno ricadute sempre più pesanti sulle nostre vite”, scrivono le organizzazioni ambientaliste: “Sarebbe come disdire l'assicurazione mentre si avvicina una tempesta. Investire oggi significa ridurre i costi di domani, diminuire la dipendenza dai combustibili fossili, proteggere e ripristinare gli ecosistemi e rendere l'Europa più resiliente agli shock futuri”.
Costi dell’inazione
I costi dell'inazione sono già evidenti. Secondo un'analisi di Triodos Bank, gli eventi meteorologici estremi dell'estate potrebbero ridurre il Pil europeo di circa l'1 per cento nel 2026, con perdite stimate intorno ai 180 miliardi di euro. Di fronte a questi numeri, ridurre gli investimenti per il clima e la natura rappresenta una scelta che rischia di aggravare ulteriormente i costi economici e ambientali che l'Europa dovrà sostenere.
Gli europei pagano due volte
Il settore agricolo è un esempio emblematico di questa contraddizione. Mentre gli agricoltori devono fare i conti con siccità, alluvioni e degrado dei suoli, secondo un recente rapporto del Wwf fino al 60 per cento dei fondi della politica agricola comune, pari a circa 32,1 miliardi di euro l'anno, continua a finanziare attività che favoriscono modelli agricoli intensivi e insostenibili. Il risultato è che i cittadini europei rischiano di pagare due volte: la prima quando finanziano pratiche che esercitano pressione sulle risorse naturali e la seconda quando bisogna affrontarne le conseguenze economiche e ambientali.






















